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La mercificazione del corpo maschile (parte 2)

Questa analisi sulla mercificazione del corpo maschile mi ha dato lo spunto di rileggere il libro di Tiqqun, “Elementi per una teoria della Jeune-Fille”. Rilancio senza dubbio entrambi, si illuminano a vicenda.

Il Ragno

La prima parte di questa serie di post enunciava i criteri di analisi della mercificazione sessuale secondo Caroline Heldman. Qui saranno analizzate altre immagini pubblicitarie raffiguranti uomini in una condizione di oggettivazione. Si ringrazia di nuovo Alessiox1 per la ricerca iconografica alla base di questo post.

Le domande-guida del test dell’oggetto sessuale di Heldman sono le seguenti:

1) L’immagine mostra unicamente una parte o alcune parti del corpo della persona? 

2) L’immagine mostra una persona sessualizzata che ha una funzione di supporto a un oggetto?

 3) L’immagine mostra una persona sessualizzata che può essere scambiata o rinnovata in qualsiasi momento?

4) L’immagine mostra una persona sessualizzata mentre viene sottomessa o umiliata senza il suo consenso?

5) L’immagine suggerisce che la caratteristica principale della persona sia la sua disponibilità sessuale?

6) L’immagine mostra una persona sessualizzata che può essere utilizzata come una merce o un cibo?

 7) L’immagine tratta…

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Il dispositivo della puttana

“I ragazzi come insulto conoscono solo ‘puttana’ e ‘troia’”, dice lei. “E figlio di puttana”, aggiunge lui. “Te lo dicono sempre, anche quando stai parlando di altro, per qualsiasi cosa”, continua lei.

Siamo in una classe di terza media, durante un laboratorio in contrasto alla violenza maschile sulle donne. Ragazzi e ragazze sono seduti in cerchio e noi che conduciamo il laboratorio, un uomo e una donna, siamo parte di questo cerchio. L’attività principale del laboratorio è discutere. Non in astratto, bensì partendo dai propri vissuti e pensieri. Noi rilanciamo con domande, sottolineiamo, riprendiamo il filo, cuciamo nessi. Non diamo giudizi, siamo lì, dentro al cerchio, per oliare il flusso della parola e per aprire finestre su scenari che forse gli studenti non avevano avuto occasione di osservare, prima. Quando sentiamo che abbiamo toccato un punto nevralgico per il tema su cui stiamo lavorando, ci fermiamo e lo analizziamo, mettiamo dei paletti, diamo spiegazione sul contesto. E’ come dispiegare una mappa e indicare con il dito: “noi siamo qui”. Accade spesso che in questo momento negli occhi degli studenti si accenda la mitica lampadina.

La scena che abbiamo visto in apertura si ripete in quasi tutte le 11 classi che ho frequentato quest’anno per il laboratorio. Le ragazze denunciano che la parola ‘puttana’ viene loro rivolta nelle occasioni più diverse. “Anche semplicemente per come ti vesti”, osserva una. “Anche solo per metterti zitta”, dice un’altra.

In una classe si svolge questa conversazione. (F è femmina, M è maschio)

F – dire ‘puttana’ a una ragazza è una violenza. Devo dimostrare che non lo sono.
Mediatrice – cos’è una puttana?
F – chi si mette in strada o chi ha atteggiamenti
Mediatore (rivolto ai ragazzi) – quando si fa quell’offesa cosa si sta dicendo?
M – è un’offesa che riguarda la sua persona. Il maschio magari si sente superiore
Mediatrice – una ragazza che ha tanti ragazzi è una puttana?
M – per me no, la gente pensa di sì
F – per me sì
Mediatore – se succede a un ragazzo, di avere tante ragazze?
F – è diverso, viene giudicato bene
M – è fortunato
Mediatrice – quale insulto si fa ai ragazzi?
M – frocio
M – un insulto che dà fastidio è “figlio di puttana”
(tutti i ragazzi concordano, in coro)
M – perché è mia madre, non la devi mettere in mezzo, se no finisce male

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Raccontiamo una storia?

Non conoscevo Alice Guy-Blaché. Grazie Simona Sforza!

Nuvolette di pensieri

copertina cinema

Alice Guy-Blaché, nata a Saint Mandè, Parigi, nel 1873. Dopo il diploma, viene assunta come segretaria di Léon Gaumont, ingegnere e padrone dell’omonima fabbrica di apparecchi fotografici, che sarebbe diventata la prima società di produzione cinematografica della storia. Ai tempi il cinema non esisteva ancora. Non c’era nemmeno il suffragio universale.
Quando, nel dicembre 1895, i fratelli Lumiere invitarono Léon Gaumont alla proiezione de “La sortie de l’usine” partecipò anche Alice. Questa giovane donna non era affascinata dall’aspetto meccanico di questa macchina, ma si immaginò che si potesse usare questo nuovo mezzo per raccontare delle storie. Nasce l’idea di un romanzo scritto attraverso le immagini: il film.
Questo è quello che racconta in un’intervista nel 1968.

Il capo le concesse di iniziare a sperimentare la produzione e la realizzazione di storie, purché non lasciasse indietro il suo lavoro principale di segretaria. Era l’inizio di qualcosa di magico.
Nel…

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Sperimentare, fallire, creare

“Sperimentare”. Mi sembra una buona parola chiave per collegare le tante iniziative che si sono svolte alla Ladyfest Milano o almeno la piccola parte cui ho partecipato direttamente: il dibattito su maternità e non, quello sui nuovi femminismi, e quello sull’amore “ai tempi dello tsunami”. Ai quali aggiungo la visione di performance e video su corpo, sessualità e post-porno.

“Sperimentare”: dal dizionario etimologico “venire in cognizione provando e riprovando”, nella radice latina ma prima ancora greca e indo-europea che contiene il tema del “muoversi a traverso”, ma anche del “penetrare”. Sollecita anche l’idea del perimetro, di confine.

Il filo rosso della riflessione e delle pratiche che hanno abitato la Ladyfest è la ricerca di modi nuovi di stare nelle relazioni di amore e di cura scartando i comportamenti e le abitudini previste dai ruoli codificati.

Come esercitare amore e cura in modo rivoluzionario: nel sesso, nell’assunzione o nella rinuncia consapevole della genitorialità, nei filamenti di potere che si generano nella unione di soggetti in un progetto comune, nei rapporti di reciproca dipendenza che si sviluppano nel gioco delle coppie. E’ il filo rosso delle sperimentazioni che hanno trovato nella Ladyfest milanese una nuova occasione per raccontarsi. Altre ne verranno. Continua a leggere “Sperimentare, fallire, creare”

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No profit: il lavoro nero e…

Il sessismo nel no profit. La recensione di Barbara Bonomi Romagnoli (Bonomi è il cognome della madre, non del marito) a
«I buoni» di Luca Rastello (Chiarelettere editore, 2014)

il Blog di Daniele Barbieri & altr*

… e il sessismo che non ti aspetti
di Barbara Bonomi Romagnoli (*)
«I buoni» di Luca Rastello (Chiarelettere editore, 2014) è una storia di fantasia, ma fatti e personaggi sono volutamente ispirati dal vasto mondo del no profit,

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La prevenzione comincia dall’ascolto

Sono stata operata al seno due volte e a distanza di 15 anni. Non una recidiva ma due modalità di carcinoma differenti entrambi mi dicono i medici di tipo infiltrante. In entrambi i casi quello che mi ha permesso di guadagnare anni di vita è stata la palpazione al seno. Tecnica acquisita nei gruppi dei self help degli anni del femminismo, tecnica ancora poco trasmessa alle giovani ragazze come modalità esplorativa e di conoscenza del proprio corpo.

Comincia così il commento di Cruda Amarilli al post pubblicato sulla 27ma ora e dedicato al tema della sovra-diagnosi. L’articolo (il titolo dato dalla redazione genera confusione), accenna ai rischi dell’esposizione ad esami diagnostici, a partire dalla campagna “fare di più non significa fare meglio” propugnata da Slow medicine. L’analisi e l’esperienza proposta da Cruda Amarilli costituiscono a mio parere un punto di vista profondo e importante su questo argomento. Vi invito a leggerla. Continua a leggere “La prevenzione comincia dall’ascolto”

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Una donna a tredici anni

Com’ero a tredici anni? Riprendo la proposta di lavoro di Emma Baeri, che si e ci chiede: può essere utile oggi, ciascuna per sé, provare a ricostruire il “proprio” genere partendo dalla propria storia personale, cogliere il senso della crescita di ciascuna? 

Qui siamo nel 1986, in periferia di Milano. Sono dentro la mia cameretta. Seduta sulla lingua di pavimento teatro dei miei giochi, sento il parquet sotto i polpastrelli, rivedo il copriletto a foglie verdi su fondo bianco e l’albero che mia madre aveva dipinto sulla parete.

Questo è un periodo disseminato di catastrofi.

Primo, una serie di esplosioni ha devastato il mio corpo. Nel giro di pochi mesi, da petto a tavoletta ad una ingombrante, imbarazzante coppa 3. Sul culo, uno strato indecente di ciccia morbida che prima non c’era e che mi ha costretto cambiare tutti i pantaloni. Non c’è un abito in cui mi senta a mio agio. Cerco di nascondermi sotto camicie lunghe e maglioni abbondanti. Le mie forme mi inquietano.

Sulla fronte è un continuo bombardamento di brufoli enormi (tutte le sere crema allo zolfo ed esposizione a lampada abbronzante prestata dalla vicina di casa). Sulle gambe, una foresta vergine di peli lunghi e neri, orribili sotto i gambaletti di filanca. Notare che vanno di moda pantaloni a sigaretta arrotolati sopra la caviglia. Per fortuna che mia mamma mi ha fatto la ceretta. Abbiamo sgomberato il piano della cucina e mi ci sono seduta sopra. Lei ha messo sul fuoco un pentolino per scaldare la cera, che spalmava sulle mie gambe stando attenta a non bruciarmi. Era molto impegnata. Il primo strappo è stato doloroso (anche gli altri, ma il primo di più) e mi piangevano gli occhi. Mi ha strappato via i peli, i miei stinchi e i miei polpacci sono diventati bianchi e morbidi. Con la mamma c’era una complicità strana e nuova, era la prima volta che facevamo insieme una cosa da grandi.

Tragedia suprema: sono diventata miope. Occhiali, oscuramento di ciò che il mondo apprezzava di più del mio corpo fisico, cioè gli occhi azzurri. Considerate la gravità della cosa: l’occhiale è un oggetto pericolosissimo anche per lo stigma sociale che porta con sé: la secchionaggine. Continua a leggere “Una donna a tredici anni”

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Un modo sano di morire

E’ sabato pomeriggio e vado trovare mia nonna in casa di riposo. In corridoio c’è un vago odore di cacca e borotalco ma molto leggero, accarezza appena l’interno delle narici e si deposita sul fondo della gola, con discrezione, nel giro di pochi minuti già non lo senti più.

Mia nonna non la vedo da prima di natale e ho paura di come la troverò. Conosciamo la prognosi, e non è incerta. Non c’è nella saletta dove altre vecchiette lasciano scorrere il tempo. E’ in stanza, sì, era stanca, voleva riposarsi – le infermiere mi informano, indaffarate e premurose.
Raggiungo la porta “Assunta” a disegni colorati sulla porta.

La tapparella è abbassata, mi avvicino al letto dove sta rannicchiata sotto le coperte. Dorme e posso guardarla. Che spavento! Mia nonna sta implodendo, si sta prosciugando come una prugna secca. Vengono all’occhio le ossa, coperte di pelle come carta velina bagnata. E’ svegliata dal mio sguardo, apre gli occhi, mi riconosce, mi saluta, poi li richiude. Le accarezzo la testa come a una bimba piccola. La sua fragilità mi colma di tenerezza. Si addormenta un poco poi mi chiede, come da un mondo di sogni, “come stai, tutto bene a casa?”. E poi “come va il lavoro?”. Mia nonna sempre mi chiede “come va il lavoro”. Continua a leggere “Un modo sano di morire”