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Storie a passo d’uomo

C’è una singolare miscela di ingredienti in questo libro. I racconti di «Storie a passo d’uomo» ti gettano in un lieve spaesamento. C’è tanta ironia, che vela e svela gli acciacchi di un’umanità dolente senza moralismo, spianando il sorriso. La bellezza si accompagna all’inquietudine e il personale al politico. C’è la morte, nella sua imprevedibile e scomposta danza con la vita.

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Human factor lab visto da me

Impressioni sensoriali e qualche ragionamento sulla responsabilità politica dopo Human factor lab e dopo la partecipazione di Nichi Vendola al laboratorio sui diritti civili.

Sabato pomeriggio ho partecipato ad alcuni momenti della conferenza di programma di Sel, invitata al laboratorio su sanità e diritti civili da Cathy La Torre, attivista GLBTQ e consigliera comunale per Sel a Bologna. Human factor lab si propone come “un laboratorio da cui (ri)partire mettendo in campo temi e organizzazione. Una piazza dove scambiare opinioni e progetti, aperta e partecipata, con al centro le persone, l’umano come fattore imprescindibile”. Come risultato positivo del laboratorio, mi porto l’entusiasmo di Cathy e il suo impegno a lavorare insieme sul contrasto all’obiezione di coscienza di struttura, che in Lombardia è favorito da una delibera regionale. Come impressione negativa, che Sel non sia immune dal vizio di autoreferenzialità. Continua a leggere “Human factor lab visto da me”

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Una storia di quartiere e di comunità che vorremmo a lieto fine

Abito in quartiere della periferia sud di Milano. Il mio quartiere mi piace.  A parte che c’è la metropolitana verde che mi porta ovunque. C’è la campagna del parco agricolo sud Milano che ci abbraccia tutto intorno, con il Parco del Ticinello e le cascine Campazzo e Campazzina (area che la giunta Pisapia ha vinto a Ligresti dopo anni di contenzioso e di mobilitazione dei comitati). Volendo nuotare, ci sarebbe anche una piscina comunale. La casa dove abito l’ha costruita l’Aler, ed è fatta bene. Abbiamo due giornali di zona, la parrocchia, il tempio buddhista, il mercato rionale, due farmacie. Per le compere c’è l’emporio dei cinesi, due supermercati e una serie di piccoli negozi che l’avvento della grande distribuzione ha svuotato e che i recenti bandi del Comune stanno cercando di riattivare in parte con successo. Da pochi mesi è arrivato anche il collettivo Zam.

I luoghi che amo in modo particolare nel mio quartiere sono: la biblioteca Chiesa Rossa, che modestamente è la più bella biblioteca di Milano (si fa a gara con quella di Parco Sempione). Il Teatro Atir Ringhiera, che fa i laboratori per tutte le età i generi e le diverse abilità, i biglietti a prezzo popolare per ottimi spettacoli. E poi, il Circolo dei Talenti, che da qualche anno vive e fa vivere il parco a due passi da casa. Il Circolo è l’unico luogo di aggregazione “conviviale”, diciamo così, del quartiere. Attorno al Circolo sta prendendo forma e forza un fenomeno sempre più raro: una comunità. Questo è stato possibile perché chi lo ha gestito ha lavorato sulla responsabilità e la partecipazione.

Il Circolo dei talenti sta per chiudere perché ha accumulato un sacco di debiti verso il Comune, in seguito alla stipula di un contratto di natura commerciale eredità della giunta Moratti. Nei video che seguono proviamo a mostrare gli elementi in gioco, con il fine di favorire la conoscenza dei fatti. Continua a leggere “Una storia di quartiere e di comunità che vorremmo a lieto fine”

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Onde anomale e calma piatta

Questa piccola riflessione nasce dalla lettura dei materiali diffusi dopo il seminario estivo di Altradimora dedicato a femminismo e nonviolenza. Si è parlato tra l’altro, in quella occasione, di immaturità politica del femminismo. Qui mi aggancio.

Il movimento femminista in tutte le sue varianti ha l’età anagrafica di un secolo e mezzo, ma anche di più se andiamo a vedere i primi vagiti. Durante il quale ha avuto diverse fasi, espressioni, vittorie e sconfitte. Lo metto dentro a quella banda di scalmanati che sono emersi dalla schiuma della storia insieme all’idea stessa di “soggetto politico” e di “cittadinanza”, l’idea di un progetto di liberazione che non si realizza da soli/e, che appartiene a questo mondo e non all’aldilà … comunismo, anarchismo, e via così. Forse piuttosto che di immaturità politica, mi vien da dire che il femminismo soffre di “senilità politica“. La crisi della rappresentanza è grande, travolgente ed è la crisi del soggetto politico come lo abbiamo conosciuto nel Novecento.

La frequentazione costante con gli archivi storici del movimento femminista (o dei femminismi a seconda che nominiamo esplicitamente le differenze che lo attraversano) mi porta spesso a pensare come certi nodi esistano da sempre. La frammentazione, ad esempio.

Il compattarsi delle forze in campo assomiglia a quel fenomeno fisico definito “interferenza di onda“, che può essere costruttiva o distruttiva. Se due onde che si incontrano hanno stessa frequenza e fase, diciamo se il “ritmo” tra punto più alto e punto più basso è lo stesso, allora si crea una grossa onda, che può crescere talmente tanto da diventare una “onda anomala” che tutto travolge. Se però il picco di un’onda coincide con il “ventre” di un’altra, ovvero con il suo punto più basso, il risultato è zero: calma piatta. Se frequenza e fase non coincidono l’interferenza è distruttiva e in questo caso le onde si annullano a vicenda.  Continua a leggere “Onde anomale e calma piatta”

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Uomini anti-sessisti

“Cose di me che mi spaventano” è testo notevole. Un militante anarchico racconta di come ha scoperto in sé e nel suo contesto atteggiamenti sessisti e di come sta “lavorando” per modificarli.

Vorrei parlare di machismo dalla mia esperienza, di come affronto il sessismo da un punto di vista emozionale e psicologico. Scelgo questo modo perché voglio mettere in discussione la dimensione personale di questi temi, perché credo che sia la forma più efficace […]
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#womenagainstfeminism

Le fanciulle che si sono fotografate con il cartello “io non sono femminista” danno a noi femministe un’occasione rara di visibilità. Se fosse successo il contrario, cioè se si fosse diffuso in rete l’hashtag “io sono femminista”, avremmo avuto le luci della ribalta? Dubito. Le femministe non fanno più notizia, a meno di mettersi a seno nudo o di portare trecentomila persone in piazza. La notizia non è se un cane morde un uomo, ma se l’uomo morde il cane: la legge aurea del giornalismo.

Le anti-femministe sono come l’uomo che morde il cane?
Questo vorrebbe dire che le anti-femministe costituiscono una strana rarità: un’ottima notizia, dal nostro punto di vista. Oppure che fanno tendenza, pessima notizia per noi che tra il conservare il trasformare scegliamo la seconda – il femminismo o è trasformativo dell’esistente, o non è. Una terza ipotesi è che tanto il femminismo quanto l’anti-femminismo siano come tutto il resto. Vale a dire l’oggetto di una transitoria ed effimera attenzione, il brillìo di un fuoco che si consuma nell’arco di una giornata prima di scomparire in quel buco nero di antimateria che è il flusso di dati e informazioni dentro cui annaspiamo illudendoci di “navigare”.

Ma prima di tornare nel cono d’ombra, vale la pena di sfruttare l’occasione e dire la nostra sulla parola più boicottata e malintesa della storia contemporanea.

Va detto infatti che la parola ‘femminismo’ non è mai stata facile da digerire per il corpo sociale. Fin dalla sua nascita ha seminato zizzania e contestazioni. Sono state sempre ben poche quelle che l’hanno portata addosso con orgoglio e fra di esse contiamo anche parecchi uomini. Ad esempio, Achille Loria, noto economista, scriveva nel lontano 1910:

“Io penso che il femminismo è chiamato a schiudere all’umanità un’era più evoluta e superiore. Fin qui l’umanità ha camminato con una gamba sola: ora soltanto essa si accorge di avere due gambe e si appresta a procedere, non più saltellando, ma con passo fermo e sicuro sulla via regia del progresso civile” (1)

Donne colte ed emancipate come la scrittrice Dolores Prato ci tennero a dire, negli anni Settanta, che loro non lo erano. La psicanalista Lou Andreas-Salomé, che dialogava con Freud da pari a pari, nutriva dichiarati sospetti verso le femministe.
D’altra parte è impossibile dire che le femministe siano d’accordo tra loro. Il femminismo è una pratica di cambiamento, ne esistono molte possibili declinazioni e infatti si parla di ‘femminismi’, al plurale.
Il sospetto che aleggia intorno al femminismo è per me quasi motivo di orgoglio. Significa che non siamo normalizzate, non del tutto digerite né digeribili.    Continua a leggere “#womenagainstfeminism”

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Il dispositivo della puttana

“I ragazzi come insulto conoscono solo ‘puttana’ e ‘troia’”, dice lei. “E figlio di puttana”, aggiunge lui. “Te lo dicono sempre, anche quando stai parlando di altro, per qualsiasi cosa”, continua lei.

Siamo in una classe di terza media, durante un laboratorio in contrasto alla violenza maschile sulle donne. Ragazzi e ragazze sono seduti in cerchio e noi che conduciamo il laboratorio, un uomo e una donna, siamo parte di questo cerchio. L’attività principale del laboratorio è discutere. Non in astratto, bensì partendo dai propri vissuti e pensieri. Noi rilanciamo con domande, sottolineiamo, riprendiamo il filo, cuciamo nessi. Non diamo giudizi, siamo lì, dentro al cerchio, per oliare il flusso della parola e per aprire finestre su scenari che forse gli studenti non avevano avuto occasione di osservare, prima. Quando sentiamo che abbiamo toccato un punto nevralgico per il tema su cui stiamo lavorando, ci fermiamo e lo analizziamo, mettiamo dei paletti, diamo spiegazione sul contesto. E’ come dispiegare una mappa e indicare con il dito: “noi siamo qui”. Accade spesso che in questo momento negli occhi degli studenti si accenda la mitica lampadina.

La scena che abbiamo visto in apertura si ripete in quasi tutte le 11 classi che ho frequentato quest’anno per il laboratorio. Le ragazze denunciano che la parola ‘puttana’ viene loro rivolta nelle occasioni più diverse. “Anche semplicemente per come ti vesti”, osserva una. “Anche solo per metterti zitta”, dice un’altra.

In una classe si svolge questa conversazione. (F è femmina, M è maschio)

F – dire ‘puttana’ a una ragazza è una violenza. Devo dimostrare che non lo sono.
Mediatrice – cos’è una puttana?
F – chi si mette in strada o chi ha atteggiamenti
Mediatore (rivolto ai ragazzi) – quando si fa quell’offesa cosa si sta dicendo?
M – è un’offesa che riguarda la sua persona. Il maschio magari si sente superiore
Mediatrice – una ragazza che ha tanti ragazzi è una puttana?
M – per me no, la gente pensa di sì
F – per me sì
Mediatore – se succede a un ragazzo, di avere tante ragazze?
F – è diverso, viene giudicato bene
M – è fortunato
Mediatrice – quale insulto si fa ai ragazzi?
M – frocio
M – un insulto che dà fastidio è “figlio di puttana”
(tutti i ragazzi concordano, in coro)
M – perché è mia madre, non la devi mettere in mezzo, se no finisce male

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