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LOTTO marzo. Gli 8 punti dello sciopero per marciare insieme. Con chi li condivide

Le donne sono soggetti politici, ma lo sono a partire da presupposti diversi, a volte antagonisti e a volte convergenti. Per questo non mi è chiaro a chi siano rivolte le domande di Barbara Stefanelli, che nel suo editoriale del 2 marzo su la 27maora chiede alle donne se sapranno continuare a marciare insieme per i propri diritti dopo le manifestazioni che si sono svolte in tutto il mondo. (Qui le molte voci raccolte intorno alle domande di Stefanelli).

 

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Mi candido per un Ordine di giornalisti e gionaliste – Altro e possibile

“Formazione, deontologia, retribuzioni”. A questo serve l’Ordine dei giornalisti, che il prossimo 19/20 maggio rinnova i propri organi direttivi: consiglio nazionale e regionali.

Sono candidata come pubblicista con la lista Un Altro Ordine possibile, insieme a tante donne (quasi la metà delle candidature), tra cui molte già conosciute in percorsi di femminismo.

“Formazione, deontologia, retribuzione” lo metto virgolettato perché è la risposta che mi ha dato Luisella Seveso (co-candidata come professionista) quando le ho chiesto “a che cosa serve l’Ordine, in tre parole?”. Una sede interessante, dove si possono mettere in campo iniziative utili per acquisire strumenti di lavoro pratici e cognitivi, per il monitoraggio della qualità e della modalità dell’informazione, per la sinergia con i sindacati nell’arginare lo sfruttamento della categoria.

Mi candido per la lista che appoggia Letizia Gonzales e che nei precedenti mandati ha fatto un buon lavoro, di cui io stessa ho potuto beneficiare: penso agli ottimi corsi di aggiornamento che ho seguito a costo ridotto come pubblicista iscritta all’Ordine della Lombardia.

La lista si impegna a rinnovare l’Ordine all’insegna del “O si cambia o si chiude”.
Sì perché l’Ordine dei giornalisti è nato nel 1963 e ha bisogno di regole nuove per essere utile nel mondo che cambia. Ha senso che esista, ma non deve essere una casta. Ha senso, perché il/la giornalista ha un impegno etico nei confronti delle persone di cui racconta e a cui racconta i fatti, e tale impegno deve essere preso e sottoscritto pubblicamente.

Sono stata invitata a candidarmi da Saverio Paffumi, che ha perlustrato le schede di chi ha partecipato ai corsi di aggiornamento promossi dall’Ordine in cerca di profili in cui emergesse un segnale di partecipazione attiva alla vita della polis.

Nel collaborare al rinnovamento dell’Ordine il mio obiettivo è portare uno sguardo e una pratica antisessista anche in questa sede, che è anche una sede decisionale. L’obiettivo del “50 e 50 dovunque si decide” non ce lo siamo dimenticate.

Per votare bisogna andare al seggio!

Si vota, per l’Ordine regionale e nazionale,  in Corso Venezia 47, presso l’Unione Commercianti,  Domenica 19 Maggio dalle 10,00 alle 13,00 e lunedì 20 Maggio dalle 9,30 alle 14,30. Il weekend successivo ci sarà l’eventuale ballottaggio per i candidati che non hanno raggiunto la maggioranza assoluta.

Qui i nomi da votare (tutti e 14 per ciascuna lista: i pubblicisti votano i pubblicisti e professionisti votano i professionisti).

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Epidurale o yoga?

Trascrivo integralmente il messaggio che mi ha inviato un’amica subito dopo il parto. La sua testimonianza dimostra come la nota dicotomia parto naturale / parto artificiale possa rivelarsi ingannevole. Una dicotomia, quella tra natura e tecnica, che attraversa tutto quanto il nostro campo esperienziale e la modalità in cui pensiamo e interpretiamo la natura umana. Scrive Silvia:

Eccoci qui tutti e tre integri, nonostante un travaglio lunghissimo  (28 ore!), con dolori renali orrendi, conclusosi al grido: “epidurale, por favor!”.
L’anestesista ha pero’ capito cosa volevo, quindi ho potuto muovermi abbastanza e sentire le contrazioni e le spinte, partecipando al parto fino alla fine.
Il risultato di questo, di tutto lo yoga che ho fatto e dei massaggi perineali che ho diligentemente eseguito per l’ultimo mese si e’ visto: neanche mezzo punto e niente episiotomia!

Epidurale e yoga: per quanto opposte possano sembrare, si tratta in entrambi i casi di tecniche. Sono due modalità diverse che mediano la naturalità di un’unità corpo/mente (in questo caso nell’atto di generare).
Per ribadire che la natura umana si manifesta sempre come cultura, mai a prescidere, e che la nostra relazione con il mondo include sempre un certo grado di artificio. Conoscere e gestirne qualità e conseguenze, questa è la vera sfida.

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Corpo e ruolo sociale: che c’entra?

I ruoli sociali agiscono sui e attraverso i corpi e non a prescindere dai corpi. Ruoli che possono anche voler dire oppressione e discriminazione. Se i ruoli passano attraverso il corpo per essere concreti e agenti, allora cambiando il mio corpo influisco anche sul ruolo sociale. I corpi rivoluzionati sono sempre corpi rivoluzionari.

Questo in sintesi è stato il succo del dibattito che ha impegnato un gruppo di donne e uomini durante la serata del 13 dicembre alla Scighera di Milano. Giovanni non si faceva convinto. Mi guardava corrugando la fronte: “sì, va bè, ma che centra il corpo?” Abbiamo continuato a discutere fino a quando la Scighera ha chiuso i battenti e ci siamo trovati nella strada soffice di neve.

Che c’entra il pene con il fallo? Che c’entra il seno con la sua mercificazione? Che c’entra il mio corpo di donna con il femminicidio? Che c’entra la bellezza con il potere? Ce c’entra la gravidanza con la segregazione salariale?

Giovanni, come tanti altri, non pensa che esista un’oppressione peculiare subita da certe persone da parte di altre per il fatto di avere un certo corpo e non un altro (in particolare, un corpo sessuato al femminile oppure un corpo sessuato al maschile che non corrisponde agli standard di mascolinità eterosessuale). Qualsiasi corpo tu abbia, dice, devi “tirare fuori le palle” e imparare a difenderti dalla violenza.

Forse meglio di me si spiega Aya Chebbi, rivoluzionaria tunisina, che rilancio dal blog di Daniele Barbieri.

Qui l’incipit di Se nasco di nuovo

Veniamo da ogni angolo del globo. Abbiamo alle spalle retroscena diversi. Parliamo lingue differenti e abbiamo differenti nazionalità. Pure, sfortunatamente, come donne soffriamo a causa delle stesse diseguaglianze e della stessa violenza basata sul genere, ovunque nel mondo.

Questa violenza comincia molto presto per alcune di noi. Ha inizio mentre stiamo ancora fluttuando nella sicurezza del ventre di nostra madre, mentre all’esterno nostro padre, il resto della famiglia e la comunità dichiarano di preferire un maschio, un figlio. La violenza prosegue mentre raggiungiamo l’età adulta e scopriamo di essere giudicate e punite dalla società per la sola ragione che siamo donne. segue

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Radura estemporanea

A quest’ora, al piano di sopra, qualcuno si esercita al pianoforte.
Esita, sospende, poi si tuffa. Le note sgocciolano giù per i muri, colano lungo i corridoi del pensiero, formano una pozza limpida nella mente e attorno può crescervi una radura estemporanea.