Umbria, donne in piazza dopo lo stop all’aborto farmacologico in day-hospital. Italia indietro e differenze tra Regioni: perché il caso di Perugia può cambiare le sorti dell’interruzione di gravidanza

Nell’occhio del ciclone la delibera regionale del 10 giugno scorso con cui la giunta leghista ha cancellato la possibilità di somministrare la pillola RU486 senza ricovero o a domicilio. Ma il tema è nazionale: il ricorso al metodo non chirurgico nel Paese è fermo al 20,8% dei casi, con grandi differenze tra Regioni. Così ora il ministro Speranza vuole rivedere le linee-guida in modo da facilitare l’interruzione di gravidanza con metodo farmacologico. Intanto, secondo gli ultimi dati, ci sono almeno 10mila interventi clandestini ogni anno

In piazza, di domenica, per protestare contro la decisione della Regione Umbria di abolire il day-hospital per l’aborto con metodo farmacologico. La manifestazione organizzata per oggi pomeriggio a Perugia nasce dopo la delibera regionale del 10 giugno, approvata dalla giunta di centrodestra guidata dalla leghista Donatella Tesei, che ha abrogato una precedente legge regionale – approvata dalla giunta precedente di centrosinistra – che permetteva di somministrare la pillola Ru486 in day hospital e poi a domicilio. Una decisione, quella del centrodestra, che va nella direzione contraria rispetto a quanto richiesto durante il lockdown dalle società scientifiche di categoria, che dichiaravano la “necessità di rivedere alcuni aspetti delle procedure vigenti” al fine di eliminare la raccomandazione del ricovero in regime ordinario, di introdurre il regime ambulatoriale e di prevedere in via transitoria una procedura totalmente da remoto, monitorizzata da servizi di telemedicina, come è già avvenuto in Francia e nel Regno Unito.

I temi al centro della manifestazione – organizzata dalla RU2020, Rete umbra per l’autodeterminazione – si stagliano dunque su una problematica di livello nazionale. Lo Stato ribadisce, come ha fatto anche nella più recente Relazione sull’applicazione della Legge 194/78, presentata al Parlamento e resa pubblica solo due giorni fa, che la responsabilità di organizzare in modo efficace i servizi spetta alle Regioni, anche per minimizzare l’impatto dell’obiezione di coscienza, che è arrivata al 68,4% tra i ginecologi e al 43,6% tra gli anestesisti. D’altra parte, la Regione Umbria si riferisce alle linee di indirizzo formulate dal ministero della salute nel 2010 che, accogliendo il parere del Consiglio superiore di sanità, prevedevano un ricovero ospedaliero di tre giorni. Linee di indirizzo ritenute inadatte, nella pratica, dalla maggioranza delle donne, che nel 76% dei casi hanno richiesto la dimissione volontaria dopo la somministrazione del Mifepristone, il primo dei due farmaci utilizzati nella procedura abortiva (il dato, riportato nell’ultima Relazione, è però stato raccolto nel 2011 e dunque solo indicativo per il presente).

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