La Sinistra è morta? Viva la sinistra!

Quando facevamo le riunioni di coordinamento della lista La Sinistra, durante la campagna elettorale per le elezioni europee, i dirigenti dei partiti che l’avevano fondata parlavano in modo convinto della necessità di lavorare su un “terzo spazio” alternativo sia alla destra che al centro-sinistra. Un terzo spazio coinvolgente anche per chi, come me, agisce la sua “sinistranza” al di fuori delle strutture di partito.

Dicevano che bisognava creare una rete ampia, a cui potessero partecipare non solo i partiti ma anche elementi della società civile. Mi sembrava un’impresa titanica e soprattutto mi sembrava che una faccenda del genere non potesse che partire dalla base, da un sentire diffuso come quello che abbiamo sentito sulla pelle all’epoca dei Social Forum.

Pure nel suo essere imbastita all’ultimo momento, la proposta de La Sinistra mi sembrava comunque interessante, perché rappresentativa delle tematiche e degli obiettivi che credo appartengano alla sinistra: che è qualcosa di diverso dal centro-sinistra. Era interessante soprattutto nei punti programmatici, altrettante istanze che noi candidat* ci impegnavamo a testimoniare ed intrecciare. Mi sono dedicata a questo progetto con spirito di servizio perché sono tra chi mai, neanche una volta, ha mancato l’appuntamento del voto. Non perché creda che il brutto mondo in cui viviamo cambi attraverso il voto, ma perché non vedo la rivoluzione all’orizzonte e quindi, se io non voto, qualcun altro lo farà per me. E se i partiti hanno perso la loro funzione storica, l’astensionismo non mi pare produca grandi risultati. Mi sembrava opportuno rimboccarsi le maniche perché di questo terzo spazio, quello della sinistra, io per prima ne ho bisogno.

La sinistra è quella che unisce i puntini

Ecologia, lavoro, giustizia sociale, contrasto alla violenza di genere. Mi era parso un progetto valido, l’unico, nell’offerta elettorale, che aveva l’ambizione di unire i puntini. In che senso?

L’ecologismo è incompatibile con l’economia capitalista, basata sull’accumulazione del profitto ai danni della vita. Ed è incompatibile con le politiche monetarie che di questa economia sono strumento e fine. Il contrasto alla violenza di genere si riduce ad un approccio securitario in stile “codice rosso” se non è agganciato alla critica delle strutture di potere della società, quelle profonde, quelle incarnate: per prima la divisione sessuale del lavoro, per cui il lavoro riproduttivo viene delegato a una categoria di persone, che prima erano le mogli e le madri e adesso sono sempre più anche le donne e gli uomini immigrati. In questa luce, il tratto di congiunzione tra sessismo e razzismo è diretto.

L’immigrazione vista dal centro-sinistra, fin dai tempi della legge Turco-Napolitano, è una “emergenza” da contenere attraverso la militarizzazione delle frontiere. Vista dalla sinistra l’immigrazione non è un problema, ma una risorsa. Casomai una sfida. Si tratta di fare un discorso impopolare, quasi incomprensibile dopo che per anni l’impianto massmediatico ha agito in sinergia con le politiche dei governi europei e nazionali, centro-sinistra incluso, per fare della immigrazione una “emergenza” da contenere. I giornali non dicono quello che le ricerche antropologiche e sociologiche dimostrano: la chiusura delle frontiere non serve a fermare i flussi, ma serve piuttosto a formare una categoria di persone “clandestine” quindi spogliate di ogni diritto e più facilmente sfruttabili dal sistema economico citato al punto uno. Ecco cosa vuol dire unire i puntini e mai come adesso c’è bisogno di farlo. La sinistra lo fa, il centro-sinistra non lo fa.

E’ la sinistra che chiede di rivedere gli accordi con la Libia e con la Turchia, e che insiste per aprire canali legali di ingresso per lavoro: da vent’anni progressivamente chiusi in tutta Europa. Per vincere la sfida, la ricetta c’è: meno militari, più cultura. E’ la sinistra a dire che la redistribuzione della ricchezza passa anche da provvedimenti che l’agenda politica di centro-sinistra non nomina, come la patrimoniale sopra il milione di euro, il taglio delle spese militari, la tassazione delle transazioni finanziarie. 

Le spese militari, in particolare, bruciano tantissimo sulla pelle della sinistra. Come osserva la campagna Sbilanciamoci:

L’Italia, con una spesa militare annua di oltre 25 miliardi di euro, si conferma
un Paese “armato fino ai denti”: continuiamo a mantenere costosissimi sistemi
d’arma, tra cui quello dei cacciabombardieri F-35, le spese militari della difesa aumentano nel 2019 del 2% in Legge di Bilancio e rimaniamo presenti in missioni
militari che andrebbero chiuse, come quella in Niger o in Afghanistan. E proseguiamo a vendere armi all’Arabia Saudita, coinvolta in una guerra come quella in Yemen.

E’ la sinistra che aggancia il tema dell’occupazione e del lavoro all’analisi delle forme di sfruttamento, quelle antiche come quelle insediate nell’agricoltura, nell’edilizia, nei servizi, nel lavoro domestico, e quelle nuove legate alle piattaforme virtuali; i posti di lavoro si creano quando lo Stato investe sui servizi sociali, sanitari, educativi e culturali. 

E mentre il centro-sinistra vota il taglio dei parlamentari, la sinistra denuncia che questa riforma è stato un atto grave e lesivo della nostra democrazia. Se si vogliono ridurre le spese della pubblica amministrazione, dice la sinistra, non è dalla riduzione dei e delle parlamentari che bisogna partire. Si potrebbero ridurre i loro stipendi insieme ad altri privilegi di cui godono. Si potrebbe incidere nella amministrazione pubblica ancora in parte privilegiata. Oggi un dirigente pubblico guadagna in media 5 volte di più un operaio – che, come vediamo dalle cronache dei morti sul lavoro, rischia ogni giorno la propria vita. Forse questi stipendi – e relative pensioni – potrebbero essere ridotti? Parliamo della corruzione, che ci costa ogni anno il 14% del PIL. In Italia, secondo dati del 2011, erano in carcere per reati economico-finanziari solo 156 persone, cioè lo 0,4% della popolazione carceraria: dieci volte meno che nella media europea.

Le responsabilità sono collettive

Il risultato delle elezioni europee è stato a dir poco deludente. L’elenco dei motivi del fallimento è lungo. La lista è stata fatta in poco tempo, e poi il voto utile, e poi l’indelebile colpa che ricade su Rifondazione comunista dai tempi del governo Prodi (2008), e poi l’astensionismo di sinistra, e poi “questi non sono più credibili”, e poi lo sbarramento del 4% (voluto dal Pd), che solo l’Italia ha, e poi “comunicano in modo vecchio”… eppure, ci sono quei 250 mila voti, forse di chi, come me, si sente ancora di sinistra e ad astenersi proprio non ci riesce. Si poteva forse ripartire da lì, da quel simbolo forse poco convincente ma, almeno, inequivocabilmente rosso. La parola “sinistra” fa schifo ai più. Questo non mi turba, se penso che la parola “femminismo”, fino a pochi anni fa impronunciabile, oggi va di moda.

Ebbene, cade il governo Lega-5Stelle, riuniamo il coordinamento che, dopo l’assemblea del 9 giugno a Roma, avrebbe dovuto fare da raccordo e a cui partecipiamo le/il capolista più i rappresentanti delle forze politiche che hanno animato la lista. Siamo in maggioranza per votare la fiducia ma per non entrare nel governo. Pure a fronte di questo dibattito, i dirigenti di Sinistra italiana – gli unici dentro al parlamento per il tramite di LeU – decidono di entrare. Che ne sarà del terzo spazio? Io sono basita. Avevamo appena iniziato a lavorarci ed è stato sufficiente un leggero giro del vento perché la bandiera cambiasse direzione. Prima delle elezioni, uno dei dirigenti più in vista di Sinistra italiana disse pubblicamente che sarebbe stato opportuno stabilire una forma di tesseramento o qualche tipo di soluzione organizzativa per garantire una sorta di rappresentanza. Dopo le elezioni, invece, il mantra è diventato “no a strette organizzative”. Avrei preferito che si potesse ragionare su una forma organizzativa che desse alla base la possibilità di esprimersi, perché La Sinistra non sono dieci persone in una chat che si parlano una volta al mese, ma sono – potenzialmente – tutte le migliaia di persone che in campagna elettorale hanno dato vita a circuiti e raccordi territoriali, oltre alle 250 mila che ci hanno votato e rispetto alle quali è mancato un riscontro. Siamo all’ABC della relazione, che si fonda sulla reciprocità e in questa fase non si è cercato in alcun modo (mi pare, forse sbaglio) di interpellare questa gente.

La sinistra è una passione

Leggo su Il Manifesto che Nicola Fratoianni auspica “una rete vasta”, un “coordinamento” in cui cadano le “pregiudiziali” rispetto all’avversario dell’altro-ieri. Forse perché mi manca la capacità di analisi e anche l’esperienza di Fratoianni, mi riesce difficile intravedere, come lui fa, una “fase politica del tutto nuova” in cui gli avversari di ieri diventino improvvisamente i migliori alleati possibili. La Sinistra mi piaceva perché era inequivocabilmente diversa dal centro-sinistra, perché univa i puntini, perché era sinistra. Ora sembra che, dopo ore ed ore ad ascoltare le colte “analisi di fase” da parte dei politici navigati (aperta e chiusa parentesi sulla logorrea dei maschi in politica), l’unica ingenua a crederci fossi stata io.

Ma comunque, se La Sinistra è muta, le responsabilità sono molteplici. C’è quella degli organismi dirigenti, tutti, che hanno lasciato andare La Sinistra alla deriva, nel nulla. Ma c’è anche una responsabilità della base, che non si è fatta sentire, che non ha preso parola. Con alcune eccezioni: il coordinamento della Sinistra  Municipio 4 di Milano, che ha scritto un documento nel quale critica la scelta di entrare nel governo e di votare per il taglio dei parlamentari, mentre chiede ai dirigenti di partito di esplicitare una posizione chiara rispetto al destino del progetto La Sinistra. La stessa cosa ha fatto Sinistra italiana del Municipio 2-3 di Milano. 

Autodenuncia

C’è anche una responsabilità individuale e io me la assumo: in queste settimane non ho fatto nulla di forte o di significativo perché La Sinistra continuasse a vivere. Stefano Ciccone, candidato della lista al Centro, ha provato a coinvolgermi in un appello per “l’unità della sinistra” su cui ho parzialmente lavorato, poi traccheggiato, e infine abbandonato. Mi autodenuncio nel mio calo di entusiasmo, nella disillusione, nella stanchezza che mi ha abbattuto. Ma rifletto anche sul fatto che il desiderio in politica non è un sentimento solipsista. E’ un sentimento che nasce e si nutre in una dimensione collettiva, in un appartenersi a vicenda che qui non percepisco. In questi ultimi mesi ho incontrato i/le militanti: una base risicata nei numeri, ma tenace e generosa nell’impegno. Mi hanno accolto nella loro comunità, mi hanno dato forza e fiducia. Credo che loro, soprattutto, meritino una parola chiara e un coinvolgimento sulla decisione di che fare di quel progetto su cui erano state chiamate ad impegnarsi. E chiedere loro se La Sinistra ha ancora qualche chance politica o se è arrivato il momento di chiudere la baracca, votarsi all’impegno nella società civile, e aspettare che altre ed altri si inventino qualcosa di nuovo e imprevisto per reagire alla famigerata crisi della rappresentanza.

Un pensiero riguardo “La Sinistra è morta? Viva la sinistra!

  1. Guarda io sono scoraggiato.Sono iscritto tuttora S.I. ma condivido la scelta del voto utile a far nascere il governo ma ero e resto contrario a farne parte .
    Localmente a Crema continua fattivamente la collaborazione fra R.C.,S.I. suo temi della solidarietà ambiente e amministrazione.Senza problemi.
    Però fin da subito i compagni di R.C. chiarirono che comunque R C. non si sarebbe sciolta.
    Per me,i micropartiti sono in un vicolo cieco,forse la funzione storica è esaurita e Costituzione e leggi elettorali ormai costringono in forme che non corrispondono più al moderno.
    Quando assistiamo a mobilitazioni durature di milioni di giovani su temi decisivi o spontanee come ora sul conflitto scaneta dalla Turchia,mentre alle riunioni di partiti sembra quasi di essere in un ospizio per anziani,beh questo fa meditare.Non ho una risposta.c’è bisogno di Sinistra che declini Ambiente Giustizia Pace e c’è pure a volte popolo giovane attorno a questo.Come avere rappresentanza continuità e potere democratico se i partiti sono così obsoleti?
    Un saluto

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