Breve genealogia dell’8 marzo come pratica trans-nazionale del femminismo

Intervento alla Università estiva del Partito della Sinistra Europea, Fiuggi, 10-14 luglio 2019[1]

In questo intervento vorrei tracciare una breve genealogia dell’8 marzo e riallacciare il filo dei nessi storici per evidenziare alcuni temi tra le lotte femministe di primo Novecento e quelle di oggi, per approfondire il significato di trans-nazionalismo in rapporto al movimento femminista, e il rapporto delle donne con la cittadinanza. 

Iniziamo da uno stralcio dal documento letto dal collettivo Ni una menos in Plaza de Mayo, Buenos Aires, alla fine della manifestazione del 19 ottobre 2016 contro la violenza sulle donne.

«Noi ci fermiamo e scioperiamo. Perché ci addolora e ci indigna che in questo mese di ottobre [2016] si contino già 19 donne morte. […] Scioperiamo prendendo l’iniziativa. Mostrando una forte capacità di reazione alla guerra contro le donne che viene scritta giorno dopo giorno. Ci mobilitiamo e ci auto-difendiamo. Quando toccano una, rispondiamo tutte».[2]

Sappiamo che proprio dalle mobilitazioni argentine parte l’ondata più recente di mobilitazioni femministe che attraversa diversi paesi nel mondo con l’obiettivo di mettere in evidenza l’urgenza di affrontare alla radice il problema della violenza sulle donne. «Se le nostre vite non valgono, allora scioperiamo» dicono. «Ni una menos», non una donna in meno, non una morta in più, dicono, facendo proprio un verso di Susana Chavez, poetessa messicana stuprata e uccisa da un gruppo di uomini. A questo se ne aggiunge un altro: Vivas nos queremos, vogliamo restare vive! Dichiariamo guerra alla guerra contro le donne, che in Argentina provoca una morta ogni 29 ore per mano maschile.

Le femministe denunciano non solo i femminicidi, ma anche le violenze sessuali, le botte, la sottomissione psicologica, il dover stare sempre un passo indietro, l’ineguale accesso alle risorse economiche e ai ruoli politici di prestigio, il sessismo nel linguaggio e in ogni manifestazione dei rapporti sociali. Si ingaggia insomma una lotta non solo per l’autodifesa, ma per cambiare i rapporti di potere

In Italia, il 26 novembre 2016, si svolge a Roma una grande mobilitazione con lo slogan di Non una di meno. L’iniziativa parte da alcuni collettivi femministi romani con la rete dei centri antiviolenza e l’Unione donne italiane. Come in Argentina, un femminicidio particolarmente efferato accende la miccia, quello di Sara Pietrantonio, studentessa all’Università di Tor Vergata. 

Il giorno successivo si svolge un’assemblea in cui si lancia l’8 marzo come successiva data di mobilitazione e in cui si decide di scrivere un piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere. 

Nel 2018, le reti femministe in Irlanda, Polonia, Ungheria e Malta si mobilitano per il diritto all’aborto. Il panuelazo verde, simbolo della battaglia delle argentine per la legalizzazione dell’aborto, viene adottato dalle italiane ma nella variante fucsia, che è il nostro colore. Nel giorno in cui le irlandesi festeggiano l’abolizione dell’emendamento che vieta la legalizzazione dell’aborto, il 26 maggio 2018, le italiane stanno organizzando manifestazioni in tutta Italia per il 40mo anniversario della legge 194 che dal ’78 ha legalizzato l’aborto nel nostro paese e che oggi non riesce più a garantire l’esercizio di questo diritto. A Milano leggiamo un brano dei loro documenti. Il termine femminicidio, come categoria politica e giuridica, lo hanno inventato le messicane; in Spagna è entrato nei codici, da noi per ora solo nel linguaggio comune.

Sono tutti esempi che restituiscono il senso della parola movimento trans-nazionale

Che cosa vuol dire ‘trans-nazionale’

Il concetto ha origine nella riflessione teorica antropologica e nella pratica etnografica.

La prima volta che questo concetto viene formulato compiutamente è in un articolo del 1992 [3]. Le antropologhe definiscono come trans-nazionale il processo per cui le persone migranti costruiscono campi sociali che collegano tra loro paesi d’origine e paesi d’arrivo. Indica le molte forme in cui le persone migranti usano le proprie relazioni sociali in un duplice modo, cioè per adeguarsi e per resistere alle ideologie dominanti. ‘Trans-nazionale’ indica il processo di costruzione dell’identità, legato a diversi codici e appartenenze culturali. Indica anche un rapporto specifico con la nazione, che non è più univoco. Le persone migranti infatti si muovono dentro le strutture nazionali che monopolizzano il potere e incoraggiano strutture identitarie. Trans-nazionale ha a che fare con il processo dialettico tra comportamento in continuità con la comunità di appartenenza e le costruzioni sociali definite da un particolare stato nazione.

Nel corso di 20 anni l’ipotesi si consolida con nuove ricerche fino a diventare uno degli strumenti teorici portanti dell’antropologia e della ricerca etnografica. Nel 2005 le autrici consolidano la definizione integrandovi la nozione di campo sociale mutuata dal pensiero di Pierre Bordieu, che definisce il campo sociale, appunto, come la rete entro cui le relazioni sociali sono strutturate dal potere. I confini del campo sociale sono fluidi e il campo stesso è creato dai partecipanti che sono coinvolti in una lotta per il posizionamento sociale. Individui e istituzioni occupano i network che costituiscono il campo e le relazioni tra posizioni sociali:

«Definiamo il campo sociale come un set di network di interazioni multiple di relazioni sociali attraverso cui idee, pratiche, e risorse sono inegualmente scambiate, organizzate e trasformate. I campi sociali sono multidimensionali, comprendono interazioni strutturate di differente forma, struttura, e profondità che sono differenziate nella teoria sociale nei termini di istituzioni, organizzazioni, e movimenti sociali. I confini nazionali non necessariamente coincidono con i confini dei campi sociali.» [4]

La nozione di campo sociale trans-nazionale è uno strumento molto utile per leggere anche fenomeni diversi dalla migrazione. Può essere utile a comprendere fenomeni politici passati e presenti, come nel nostro caso. Il movimento femminista costruisce un campo sociale trans-nazionale che trascende i confini dello stato nazione, ma che è in costante e dinamica relazione con le strutture dello stato-nazione. Questa tuttavia non è una novità dell’oggi.

Origini dell’8 marzo in ottica trans-nazionale

Dal 2017 l’8 marzo è tornata ad essere una giornata di mobilitazione in tutto il mondo. A titolo di esempio significativo, voglio citare il Giappone, dove l’8 marzo non era più stato “festeggiato” dal 1923, anno in cui, per la prima volta, le socialiste del gruppo Sekirankai organizzarono una mobilitazione per questa giornata. La prima e anche l’ultima, per effetto della repressione poliziesca e delle leggi vigenti.

Tra i molti Paesi in cui l’8 marzo il femminismo scende in piazza vi sono la Spagna e l’Italia dove, sull’esempio dell’Argentina, si organizza lo sciopero politico. Una declinazione dello sciopero che trascende l’utilizzo a fini vertenziali, inconsueta per l’Italia. In Italia sono stati creati nodi territoriali, che si consolidano anche dal punto di vista organizzativo nella forma della rete. In altri paesi, come l’Argentina, il movimento resta più fluido e non si consolida in forme organizzate.

È utile raccontare brevemente la storia della giornata internazionale delle donne, sia perché è ancora poco conosciuta, sia perché le sue origini hanno a che fare proprio con il trans-nazionalismo del movimento femminista. 

Le origini storiche dell’8 marzo sono state oggetto di indagine e di divulgazione da più di 30 anni, ma la versione mitologica continua ad essere ancora quella più diffusa. La leggenda narra la morte di un certo numero di donne in una fabbrica tessile americana nel 1908. Una delle versioni del racconto è questa:

«Le origini della festa dell’8 marzo risalgono al 1908, quando, pochi giorni prima di questa data, a New York, le operaie dell’industria tessile Cotton scioperarono per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero si protrasse per alcuni giorni, finché l’8 marzo il proprietario, Mr. Johnson, bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire. Allo stabilimento venne appiccato il fuoco e le 129 prigioniere all’interno morirono arse dalle fiamme.» [5]

Il racconto assembla frammenti di realtà ma non corrisponde alla verità storica, eppure viene continuamente tramandato come tale. Quello dell’8 marzo – come ha osservato Alessandra Gissi, è un caso esemplare di invenzione della tradizione. [6]

In realtà la giornata internazionale della donna nasce nel contesto del movimento femminista che si sviluppa tra la seconda metà dell’800 e il primo Novecento. In Italia, in particolare, parliamo dell’età liberale cioè il periodo che va dall’Unità d’Italia alla Prima guerra mondiale. In quest’epoca il movimento femminista si diffonde in tutto il mondo. Non solo Stati Uniti, Inghilterra, Europa, ma anche Argentina, nord-Africa, Australia, Giappone, Cina, India. [7]

In Russia, è legato alla internazionale socialista. Nel 1910 la Casa del Popolo di Copenhagen ospita un’assemblea con circa cento donne provenienti da 17 paesi diversi per la seconda Conferenza internazionale delle donne socialiste. In questa sede Clara Zetkin propone di organizzare una manifestazione annuale dedicata alle donne. Attenzione però! La proposta nasce dallo spunto delle socialiste americane, che nel febbraio 1909 avevano organizzato l’International woman’s day, il primo della storia [8]. Insomma, l’idea era nell’aria: in Italia era stata Maria Montessori a proporla.

Tra il 1911 e il 1915 in diverse città europee di Germania, Austria e Francia si celebrò la Giornata internazionale delle donne. Non in Italia, dove la mancata costruzione dell’evento suscitò parecchio dibattito e molte accuse al partito socialista per averlo trascurato [9]. L’8 marzo è legato alla Rivoluzione russa. Infatti, nel 1917 a Pietrogrado le manifestazioni per la Giornata delle donne portarono in piazza masse di operaie che protestavano contro la povertà e contro il governo, che impediva ai mariti di tornare dalla guerra e che le manteneva nella miseria. La sollevazione che scaturì dalle loro proteste diede fuoco alla miccia e scatenò la Rivoluzione di febbraio, che portò all’abdicazione dell’imperatore Nicola II e pochi mesi dopo alla Rivoluzione d’ottobre con la presa del potere da parte dei bolscevichi.

La vicenda della giornata mondiale delle donne è dunque un pezzo del grande mosaico del movimento femminista che la storica Gisela Bock definisce, appunto, trans-nazionale [10]. È in particolare la battaglia per il voto ad avere le caratteristiche del trans-nazionalismo.

La battaglia unificante del voto

La battaglia per il suffragio è l’elemento unificante in questo periodo storico. Gisela Bock ha sottolineato che nei diversi paesi europei il suffragismo si sviluppò in modo affine perché ebbe in comune tre aspetti

  • cominciano a chiederlo quando cominciano a vedere che c’è possibilità di ottenerlo, cioè quando il suffragio universale maschile è all’ordine del giorno: «ovunque le donne cominciarono a discutere sul diritto di voto, o a pretenderlo, solo quando videro la possibilità di poterlo ottenere, e cioè quando il processo di democratizzazione per gli uomini era giunto all’ordine del giorno. Le differenze nazionali nel timing storico non sono dunque dovute tanto alla diversità della storia del movimento delle donne, quanto alla diversa storia del movimento maschile, alla diversa storia costituzionale e alla diversa cultura politica dei singoli paesi» [11]
  • la strenua resistenza maschile e la spiccata mascolinizzazione della sfera politica nel corso dell’Ottocento e primo Novecento. L’azione di spinta delle donne per entrare nella cittadinanza provoca reazioni uguali e contrarie di chiusura: «un secondo fenomeno comune a tutti gli Stati fu la esplicita mascolinizzazione della partecipazione politica nel corso dell’Ottocento e del primo Novecento. Se è vero che anche prima le donne erano escluse dagli affari politici per antica tradizione, tuttavia ora la loro esclusione fu espressa in forma esplicita – spesso in seguito ai dibattiti sulla questione – e con sempre maggiore veemenza quanto più le loro richieste si fecero sentire e vennero recepite». [12]
  • la dimensione trans-nazionale, come già avvenuto per democrazia maschile. Scrive Bock: «Sebbene il diritto di voto fosse sempre legato alla logica del contesto nazionale, e come già durante la Rivoluzione francese, simboleggiasse in primo luogo l’appartenenza a una determinata nazione, il suffragismo, nato a livello nazionale, diventò un movimento trans-nazionale, così come lo era stato il cammino verso la democrazia maschile». [13]

Trans-nazionale dunque perché le femministe si confrontano con la specifica forma dello Stato-nazione in cui operano, ma al tempo stesso danno vita ad un intenso scambio di idee, testi, oggetti e pratiche che contribuiscono alla costruzione di un mondo comune immaginato: un mondo in cui le donne non siano escluse dalla gestione del governo e delle istituzioni. 

Concretamente, si trattò di una fitta rete di relazioni amicali, di lettere, di giornali che rilanciavano notizie da un punto all’altro del pianeta, di congressi e convegni, di petizioni e di raccolte firme. 

Va ricordato che il movimento femminista si sviluppa dentro a quella che viene considerata la fase aurorale della globalizzazione, in un mondo sempre più interconnesso grazie allo sviluppo della ferrovia, delle poste, del telegrafo. La recente scoperta dell’elettricità e le sue applicazioni tecniche stavano trasformando non solo il volto delle città, ma anche le abitudini e i ritmi fisiologici di chi le abitava.

Una fotografia che rende visibile questo tema del rapporto tra pratica politica trans-nazionale e mezzi di comunicazione è il gesto con cui Huda Shaarawi, femminista egiziana, si toglie il velo islamico di ritorno dal Congresso della alleanza internazionale per il suffragio che si tenne nel 1923 a Roma. Fu un gesto pubblico, per il quale furono chiamati i giornalisti, con l’obiettivo di segnalare all’opinione pubblica il coinvolgimento delle femministe egiziane nel contesto del movimento internazionale. Qualche anno dopo, durante una conferenza all’estero, la stessa Huda indosserà il velo intenzionalmente per marcare, invece, l’appartenenza nazionale [14].

Pratiche trans-nazionali

Il suffragismo ha posto una critica radicale alle fondamenta su cui si va costruendo la struttura della cittadinanza nel difficile travaglio delle democrazie moderne. Le nostre antenate femministe erano profondamente convinte che il diritto di voto attivo e passivo avrebbe cambiato la condizione delle donne e aperto spazi di libertà non solo per il genere femminile, ma per tutti. Avevano ragione. Oggi, mentre le istituzioni della rappresentanza attraversano la crisi più grave di sempre, il tema unificante delle battaglie femministe e trans-femministe è quello della violenza

Per le suffragiste si trattava di far posto, letteralmente, ai corpi delle donne nella polis, cioè nella configurazione sociale e politica che li aveva confinati dentro le case e fuori dal governo. Corpi generativi, che in quanto tali la storia occidentale ha codificato come pertinenti al dominio della natura, non a quello della politica. Dove politica è intesa come lotta per il potere di governo e dove la rappresentanza è un abito tagliato su corpi maschili.

Il femminismo che si è sviluppato a partire dagli studi post-coloniali ha aggiunto ulteriori significati al termine trans-nazionale, mettendo in evidenza come le donne non costituiscono una categoria omogenea e non sono tutte oppresse allo stesso modo. Oltre al genere, il colonialismo e la determinante di classe costituiscono altrettanti fattori di posizionamento di ciascuna donna nel campo sociale.

Parlando di immigrazione, l’antropologa Aihwa Ong ha definito l’acquisizione della cittadinanza un “processo senza fine di lotta” [15]

La cittadinanza, sappiamo, è definita come l’insieme dei diritti civili, sociali e politici. I diritti civili si riferiscono alla possibilità di autodeterminarsi nelle relazioni familiari e per quanto riguarda il proprio corpo; i diritti sociali alla possibilità di accedere alle risorse in rapporto ai propri bisogni e di contribuire dignitosamente all’accrescimento delle risorse collettive tramite il proprio lavoro; i diritti politici riguardano la possibilità di far valere la propria opinione nel governo della comunità, attraverso il voto attivo e passivo.

Nella declinazione fornita da Aihwa Ong, però, la cittadinanza ha a che fare non soltanto con l’ambito giuridico, ma con i corpi e la quotidianità delle persone ovvero nel modo in cui esse interagiscono in famiglia, a scuola, nei servizi, nei rapporti di lavoro, nei rapporti di vicinato. In tutti questi contesti si sviluppano dinamiche di inclusione ed esclusione che passano dal linguaggio, dai gesti, oltre che da azioni (pensiamo, per fare un esempio concreto, al dibattito sulle mense scolastiche). Dinamiche entro cui i soggetti che aspirano alla cittadinanza non solo subiscono un “ordine” derivante da valori e norme, ma agiscono su di essi, conservandoli o mettendoli in discussione.

Dire che la cittadinanza è un processo senza fine di lotta significa dire che la cittadinanza non è qualcosa che si ha o non si ha, tutta in blocco, ma che a seconda del posto che si occupa nel campo sociale, ci si troverà a dover affrontare una serie di confini intesi come freno all’esercizio dei diritti. Confini continuamente sfidati dai soggetti, che lottano per spostarli o per attraversarli. Emma Baeri, storica e femminista, nel ragionare di cittadinanza ci chiede di pensare se le parole che compongono il binomio ‘diritto-desiderio’ le consideriamo tra loro amiche o nemiche.

«Per me sono amiche – afferma Emma Baeri -. Penso infatti che il desiderio di conoscere la propria storia venga prima, emotivamente, del desiderio di conoscere la storia collettiva, di apprenderla cognitivamente, e che tra le pieghe di questi due desideri si nasconda una pretesa di cittadinanza, un diritto alla sua pienezza». [16]

In oltre un secolo e mezzo di vita, il movimento femminista ha messo a fuoco che il confine non è solo qualcosa che sta fuori, ma anche qualcosa che sta dentro. Affermare, ad esempio, che la mia vita ha valore a prescindere dal mio essere moglie, madre o figlia di un uomo è stato spostare un confine. Concepire il mio corpo come inviolabile, laddove milioni di significanti sociali lo rappresentano come violabile, significa definire un confine che è prima di tutto interiore e pretendere che sia rispettato. La linea di demarcazione rispetto al proprio essere o non essere cittadina passa dunque dalla lotta che ingaggio con le forme esteriori della cittadinanza, ma anche con la capacità di essere cosciente di quello che Pierre Bordieu ha definito habitus, cioè i rapporti di potere a tal punto interiorizzati da essere percepiti come seconda pelle, come parte integrante di sé. Ciò che le femministe degli anni Settanta in Italia hanno scoperto e discusso attraverso la pratica dell’autocoscienza. [17]

La lotta contro la violenza di genere ha a che fare con la cittadinanza perché ne mette in discussione tanto i confini, quanto le pratiche di inclusione/esclusione. La lotta globale delle donne contro la violenza di genere si inscrive in questo processo di lunga durata, un processo senza fine di lotta per diventare cittadine. 

[1], https://www.european-left.org/wp-content/uploads/2019/05/IT-Universit%C3%A0-estiva-19-Bozza-di-Programma.pdf

[2] Degender Communia (a cura di), Ni una menos. Dichiariamo guerra alla violenza di genere, Alegre, 2016, p. 87-91

[3] Glick Schiller, Nina, Basch, Linda, e Blanc-Szanton, Cristina (1992) (a cura) Towards a Transnational Perspective On Migration: Race, Class, Ethnicity, and Nationalism Reconsidered. «Annals of the New York Academy of Science»

[4]Peggy Levitt e Nina Glick Schiller, Conceptualizing simultaneity: a transnational social field perspective on society, in: “IMR”, 38(2004), n. 3, Center for migration studies of New York

[5] 8 marzo: dalla tragedia alla festa, in “La Stampa”, 6 marzo 2005, cit. in: Omar Colombo, Storie dell’8 marzo, in: Lidia Pupilli e Marco Severini (a cura di), Dodici passi nella storia. Le tappe dell’emancipazione femminile, Marsilio, 2016, pp. 75-85

[6] Alessandra Gissi, 8 marzo. La Giornata internazionale delle donne in Italia, Viella, Roma, 2010

[7] Karen Offen, Globalizing feminism 1749-1945, Routledge, 2010

[8] Tilde Capomazza e Marisa Ombra, 8 marzo. Una storia lunga un secolo, Iacobelli, 2009 – https://www.youtube.com/watch?v=wlJk2l3naBY

[9] Omar Colombo, Op. cit., p. 80

[10] Gisela Bock, Le donne nella storia europea, Laterza, 2003

[11] G. Bock, Op. Cit., p. 218

[12] G. Bock, Op. cit., p. 223

[13] G. Bock, Op. cit., p. 229

[14] Sania Sharawi Lanfranchi, A Volto Scoperto: La Vita Di Huda Shaarawi, Prima Femminista D’Egitto, Bookbaby, 2019

[15]Aihwa Ong, Da rifugiati a cittadini. Pratiche di governo nella nuova America, Raffaello Cortina, 2010

[16] Emma Baeri Parisi, Dividua. Femminismo e cittadinanza. Con letture di Elena Caruso Raciti e Antonia Cosentino Leone, Il Poligrafo, 2013, p. 110

[17] Lea Melandri, Una visceralità indicibile. La pratica dell’inconscio nel movimento delle donne degli anni Settanta, Franco Angeli, 2002

Immagine: https://en.wikipedia.org/wiki/International_Women%27s_Day#/media/File:Nőnap_-_Petrográd,_1917.03.08.jpg

2 pensieri riguardo “Breve genealogia dell’8 marzo come pratica trans-nazionale del femminismo

  1. Cara Eleonora, grazie per questo invio, che farò girare cominciando dalle mie figlie; e grazie per la sorpresa finale della citazione di “Dividua”: che dirti, mi sono emozionata, mi sono sentita “utile”. Prima o poi verrai per salutare il sole dal mio terrazzo, sempre più ingombro di cose più o meno inutili, ovviamente indispensabili. Abbracci e risate, testarda-mente (testardo-cuore!). Emma

    1. Cara Emma, grazie a te perché le tue lezioni e i tuoi scritti da “impostorica” restano i più originali, sovversivi e conturbanti che abbia mai ricevuto da una prof.! Eleonora

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