Pubblicato in: Il corpo racconta

Caro papà

Caro papà,
ci siamo messi a guardare il cielo stellato tante di quelle volte, parlando o tacendo. Tentare di immaginare l’infinito mi faceva venire ansia. “Papà non riesco a pensare l’infinito” ti ho detto una volta. “Non cercare di pensarlo tutto insieme – mi hai detto – pensalo un passo alla volta”. Così ho imparato a pensare all’infinito un passo alla volta e sempre quando mi affaccio sul cielo stellato comincio a camminare, aprendo il cuore e la mente alla scoperta e all’incognita.

Il gusto dell’avventura e della scoperta era in ogni tuo gesto, insieme al rispetto e all’amore per la vita il tutte le sue manifestazioni. Tutto era importante. Dare la malta sul muro, ad esempio: era importante conoscere il tipo di legame tra le sue molecole, ma anche conoscere il gesto preciso del muratore, quel sapere che si apprende nella relazione con chi ne sa e nella disciplina del fare.

Parlavi poco, ed eri un poeta. Sapevi ascoltare, avevi in questo una tecnica e una sensibilità raffinata. Se richiesto, davi un consiglio, sempre sensato e solo quando avevi chiara la situazione. Non giudicavi, ma orientavi e guidavi. Oppure, spesso, tacevi. Le parole sono importanti, dicevi. Quando eri arrabbiato o non capivi, ti chiudevi in un silenzio ermetico da cui noi eravamo ferite. Ti perdoniamo di questo.

Abbiamo fatto tanti giochi. Tra i tanti insegnamenti che ho ricevuto da te, c’è che la noia non esiste e che per ogni momento duro può esserci una carezza che allevia il dolore. Le tue, le porterò sempre nel cuore e nel ricordo.
Amavi la dialettica e spesso non eravamo d’accordo, ma andavamo avanti a confrontarci fino a trovare un punto di raccordo. Se potevi imparare qualcosa di nuovo, eri felice.

Mi hai insegnato a non temere le creature che strisciano, che pungono e che mordono, ma anche a non provocarne le reazioni potenzialmente pericolose. E che per ogni pericolo c’è una difesa, per ogni problema una soluzione, per ogni errore una possibilità di rimedio. E se il rimedio non c’è, ci si può perdonare.
Mi hai insegnato a tuffarmi senza paura, ma con giudizio. Mi hai insegnato che il bene della collettività viene prima di quello del singolo. Lo pensavi e lo mettevi in pratica.

La malattia è stata atroce, ma il suo dono più bello è stato il tempo. Ci ha dato il tempo per parlarci, ascoltarci e accudirci.

Fino alla fine sei stato dignitoso, coraggioso, accogliente e spiritoso. Ti immagino sorridente mentre mi ricordo che non sei mai riuscito a trasmettermi la geometria e la matematica, ma in compenso mi hai insegnato a fare delle frittate favolose.

Grazie, ciao papà, fai buon viaggio.

Eleonora

Autore:

@Ele_Cirant - giornalista pubblicista, bibliotecaria, web content editor, video-maker. Argomenti: diritto alla salute e salute riproduttiva, contrasto alla violenza di genere, studi di genere, cittadinanza attiva

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