Pubblicato in: Diritti riproduttivi

Ora che l’utero è mio, come lo gestisco? Intervista sulla GPA ad Angela Balzano

Pubblico qui alcune delle interviste e testimonianze di cui mi sono avvalsa per l’articolo pubblicato nel volume collettivo Utero in affitto o gravidanza per altri? Voci a confronto (Franco Angeli, 2017), a cura di Lidia Cirillo, AAVV.

Intervista ad Angela Balzano

ricercatrice bioeticista, filosofa politica, partecipa alla Favolosa coalizione, un gruppo di surfiste dell’autodeterminazione che tiene insieme associazioni, collettivi e singole femministe, transfemministe, queer, trans, lesbiche e gay della città di Bologna.

In che modo la Favolosa coalizione, di cui fai parte, ha organizzato e gestito il dibattito?

Il 2015 è l’anno in cui il Ministero della salute ha diffuso la notizia che le nascite sono calate, riportando i dati ISTAT secondo cui c’è stato il tasso di natalità più basso dal 1861. È stato l’anno in cui da un lato ci è stata propinata la retorica della riproduzione dal governo (che purtroppo si è concretizzata nel Piano Nazionale di Fertilità della Lorenzin l’anno seguente), dall’altro c’era l’attacco della Chiesa alla cosiddetta Teoria del Gender. Noi della Favolosa Coalizione abbiamo deciso di analizzare questa fase politica insieme organizzando Gender Panic.

Negli attacchi alla “teoria del gender” c’erano anche gli attacchi della Chiesa alle nuove tecnologie della vita, il 2015 è anche l’anno in cui il Papa, in un congresso all’associazione nazionale dei medici cattolici, dice no all’obiezione di coscienza e non solo alla 194 ma anche alla legge 40. Insomma ragionavamo su tutte queste cose e abbiamo pensato che non potevamo separare la legge 194 (sull’aborto) dalla legge 40 (sulla fecondazione assistita) e dalla riflessione sulla creazione di S-famiglie possibili, cioè non eteronormate. Abbiamo lavorato in sinergia con le Famiglie Arcobaleno.

Gender Panic si articolava in tre workshop contemporanei, una plenaria iniziale e una finale di restituzione per scambiarsi i contenuti di ogni workshop. Un intero workshop era dedicato proprio alle S-famiglie, si chiamava S-family Way (http://www.women.it//component/jevents/dettaglievento/10120/-/la-favolosa-coalizione-invita-a-gender-panic-una-cospirazione-in-tre-atti-impuri.html?Itemid=1). In questa occasione io e un’altra attivista e ricercatrice, Francesca Corrado, abbiamo introdotto il tema della GPA, il lessico impiegato, gli attori coinvolti, chi sono le fornitrici di gameti, etc.

Era da un lato una sorta di avvicinamento al tema, dall’altro un po’ autocoscienza nel senso che abbiamo raccontato come abbiamo vissuto in casa nostra la delega del lavoro riproduttivo, per esempio la presenza di badanti che accudivano gli anziani. Non volevamo inquadrare le gestanti come madri surrogate ma volevamo far capire che, nel momento in cui non parliamo più di capitalismo e basta ma di bio-capitalismo, il lavoro riproduttivo che ci viene chiesto in modo gratuito non è più solo quello affettivo ma è anche quello biologico.

Molte femministe prima di noi hanno lottato per il salario per il lavoro domestico, ci hanno insegnato che la riproduzione affettiva è lavoro ed è mistificante non considerarlo tale, noi abbiamo voluto ragionare sul lavoro delle gestanti e sulla possibilità che anche le gestanti si autodeterminino, cioè non abbiamo voluto leggerle soltanto in un’ottica neo-coloniale, come a dire “loro sono vittime senza voce”. E poi a quel punto le persone presenti hanno parlato delle loro esperienze, sia di lavoro riproduttivo classico affettivo e di cura, sia di riproduzione biologica.

C’erano anche le Famiglie Arcobaleno, c’è stato anche il loro racconto. Di chi è andato in Belgio, di chi è andata in Spagna appunto, ma non per la GPA, perché le presenti erano donne lesbiche, che non avevano bisogno della gestante ma del fornitore di spermatozoi.

Quando avete preparato questo workshop non mi sembra che in Italia ci fosse un grande dibattito né molte fonti, quindi dove siete andati a prenderle?

Siamo molto curiose. Io avevo già tradotto Biolavoro globale (uscito per la DeriveApprodi nel 2015, in inglese Clinical Labor, autrici Cooper e Waldby) e questo ha di sicuro aiutato, ma abbiamo anche tradotto diversi articoli con altr* attivist* ad uso interno. Tieni conto che la Favolosa Coalizione si riuniva tra il centro delle donne, il MIT che è la consultoria trans, e il Cassero. Quando al Centro delle donne abbiamo organizzato la presentazione di Biolavoro globale c’erano quasi tutte le attiviste della Favolosa. Quando ci sono state battaglie per i diritti LGBTQ sono stati il Laboratorio Smaschieramenti e il Cassero a proporre dibattiti e mobilitazioni.

Il Centro delle donne e l’Ass. Orlando si occupano da sempre di autodeterminazione e corpi di donne quindi è stato in qualche modo spontaneo aprire il dibattito, in stretta condivisione con le Comunicattive. Siamo quindi arrivate a occuparci di GPA grazie a tutte le relazioni personali che ci sono tra le attiviste, grazie a questa nostra capacità di muoverci tra più luoghi, più collettivi, tra più centri politici. Anche se non era l’anno della GPA per i media mainstream, per noi quello era già il momento adatto, perché abbiamo sempre unito i puntini…

Cioè non potevamo non mettere a tema il fatto che le donne eterosessuali che non vogliono riprodursi si scontrano con ogni tipo di ingiunzione a farlo (vedi obiezione di coscienza, Family Day, mancanza di una cultura della contraccezione), mentre invece le soggettività LGBTQ che vogliono riprodursi, tramite una gestante o un fornitore di spermatozoi, sono costrette ad andare all’estero, perché qui è illegale.

La Favolosa Coalizione ha denunciato che in Italia c’è una sorta di schizofrenia di fondo. Si vogliono obbligare le donne eterosessuali a riprodursi e non si accetta invece il desiderio di genitorialità dei gay e delle lesbiche, lo si vieta per legge. Questa è stata sempre la nostra formula e il nostro obiettivo, il riuscire a tenere questi temi insieme sia nell’analisi sia nella lotta politica.

Puoi spiegare meglio cosa intendi per “unire i puntini”?

Dal mio punto di vista il vero problema è il governo/controllo della capacità riproduttiva delle donne, per questo bisogna unire i puntini. Il discorso è sempre stato globale e complesso nella Favolosa, parliamo di Gpa perché lottiamo per l’aborto libero-sicuro-gratuito, perché attraversiamo i generi e perché il diritto all’autodeterminazione valga per tutte/i le soggettività.

Né nel mio attivismo nella Favolosa né come ricercatrice ho mai isolato la Gpa dalle altre tecniche di fecondazione assistita. Perché nel momento in cui la isoli poi non la capisci. E soprattutto mistifichi la realtà. Su questo è molto utile guardare ai dati.

Solo il 3% di nascite per fecondazione assistita avvengono per Gpa, per cui se non la consideri all’interno della fecondazione assistita più generale, con la ICSI (microiniezione di uno spermatozoo all’interno dell’ooplasma) e la FIVET (fertilizzazione in vitro e trasferimento dell’embrione), non ti rendi conto che oggi il vero problema non è l’utero in sé, ma il reperimento di ovociti.

Per questo parliamo di lavoro e non di donazione. Da un lato perché sia riconosciuto, dall’altro perché effettivamente parlare di donazione mistifica la diversità della produzione di gameti (maschili e femminili) o del tipo di impiego del tempo che spetta alla donna.

Se parli di donazione sia per gli uomini sia per le donne dimentichi di spiegare che per produrre 10 ovociti una donna deve attraversare un ciclo di stimolazione ovarica, bisogna spiegare che ci vuole un mese, che ci vogliono giorni di visita, iniezioni di ormoni, il che forse ti fa rendere conto del fatto che quello è un lavoro che altri trasformano in capitale da mettere a valore. Allora perché se per le cliniche della fertilità la nostra capacità riproduttiva diventa plusvalore, per le donne che la mettono a disposizione non può essere fonte di reddito?

Cosa intendi dicendo che “il problema” sono gli ovociti?

Dal 2016 si parla quasi solo di sfruttamento della cosiddetta “surrogata”. Lo fa la Comunità Europea, lo fanno le donne che hanno scritto gli appelli per mettere al bando la pratica, riprese dai giornali, lo fanno pro-life e teo-con. Per loro il problema enorme è diventato la “surrogazione della maternità” (la chiamano così o maternità surrogata…vedremo perché dissento). Ma, appunto, stiamo parlando del 3% delle nascite. Non sono scandalizzata dalla vendita degli ovociti, ma vorrei far presente a quante/i si dicono “contro la maternità surrogata”, che al momento le tecniche più diffuse sono altre, e quindi anche le soggettività e le problematiche coinvolte.

Dal punto di vista biotecnologico la produzione di ovociti in sovrannumero richiede una serie di dispositivi e tecnologie mediche abbastanza invasive. Perché tu normalmente produci un oocita al mese. Se vuoi vendere gameti devi firmare un protocollo in cui accetti di passare attraverso la stimolazione ovarica, ne devi produrre quanti più possibile.

Ora io non credo che sia un problema vendere ovociti, attenzione. Il problema è semmai che donne est europee prendono circa € 150 a ciclo e le spagnole 1000. Bisognerebbe uniformare i compensi, aumentandoli chiaramente non facendoli scendere. Quello che trovo distorto nella lettura di alcune femministe essenzialiste è proprio la mistificazione del fenomeno in corso. Poi chi è interessato/a può discutere sul perché moralmente riteniamo accettabile o meno che scompaia la figura della madre quando due uomini ricorrono alla Gpa.

Però devi nominare il problema per quello che è. Non puoi dire che si vendono bambini. No, non si vendono bambini. Semmai si vendono nove mesi di vita di una donna. Non sono neanche d’accordo nel dire che si vende il solo l’utero.

Ho provato a spiegarlo così in un saggio uscito per la rivista Il Mulino (A. Balzano, Gestazione per altri e mercato della riproduzione, 4/2017, pp. 564-572): “Le gestanti sono lavoratrici che prestano servizi soggettivati, incarnati nei processi biologici in vivo ma non in loro esauriti. Oltre a portare a termine la gravidanza, devono adempiere a tutta una serie di mansioni, dal sottoporsi con periodicità a visite ginecologiche agli incontri con i genitori intenzionali, dalle sedute psicologiche all’interdizione di fumare o assumere alcool e droghe, fino alle richieste di alimentazione specifica ed esercizio fisico. Ed è importante ricordare che, per essere selezionate dalle agenzie e dai genitori intenzionali, le gestanti devono presentarsi in perfetta forma e salute, oltre a mostrarsi abili nella negoziazione e nella mediazione, capacità indispensabili per la stipula del contratto. La gestante si configura così come una lavoratrice autonoma, un’imprenditrice capace di valorizzare il proprio capitale umano. Con una chiave di lettura foucaultiana, Cooper e Waldby descrivono la surrogacy come una forma di lavoro clinico, troppo spesso non riconosciuta in quanto tale”.

Perché dici che non si vendono bambini?

Dico che “non si vendono bambini” perché bisogna usare parole che descrivono la realtà. Quella più diffusa è la Gpa “totale” cioè quella in cui la gestante non contribuisce con il proprio patrimonio genetico – quindi gli spermatozoi possono essere del genitore di sesso maschile intenzionale o di un donatore di spermatozoi, poi hai un ovulo che può essere o della madre intenzionale o di un’altra donna fornitrice, poi c’è la donna che porta a termine la gravidanza (o gestante o portatrice). E poi ci sono nove mesi.

Ci rendiamo conto di quanta gente è coinvolta e quanti step sono necessari prima che nasca un/a bambino/a? Non si compra un figlio, prima di tutto perché è aleatorio, perché si compra la speranza di avere un figlio, speranza che forse si concretizzerà o forse no. Stai comprando degli spermatozoi, degli ovociti, dei servizi medico-clinici, e certo il tempo e il corpo di un’altra donna per quei nove mesi. Si compra del materiale biologico, unito alle competenze dei medici e alle tecniche necessarie, si compra la possibilità che un’altra donna porti per te a termine una gravidanza. Un’altra cosa è il mercato illegale dove si comprano veramente bambini e bambine, individui già nati. Però non possiamo usare la stessa terminologia per due fenomeni diversi, perché così lediamo, ad es., i gay che hanno investito tanti affetti e passioni in tutto ciò.

Coloro che vorrebbero introdurre un divieto internazionale di Gpa poggiano su tre argomenti ricorrenti: la convinzione che sussista un rapporto di causa-effetto tra le biotecnologie e la commercializzazione della riproduzione biologica; il pregiudizievole inquadramento delle tecniche unicamente come mezzo atto ad acuire lo sfruttamento delle donne; l’appello ai diritti del bambino piuttosto che a quelli delle soggettività in carne e ossa.

Vorrei provare a spostare il focus, proponendo di guardare alla Gpa da diversa angolazione, ricorrendo a quanto ho scritto in Gestazione per altri e mercato della riproduzione: “in primis, invece di elevare la Gpa a capro espiatorio della commercializzazione del biologico, nello stesso periodo storico in cui tutta la vita diventa fonte di plusvalore, occorrerebbe interrogarsi sul perché la riproduzione biologica non possa ritenersi un lavoro in sé, non tanto dissimile da sostenere di altri tipi di lavoro riproduttivo-affettivo, sessuale e/o di cura. Ancora, invece di focalizzarci sui diritti del bambino, che in realtà è solo un potenziale nascituro, dovremmo guardare alle norme per comprendere a quali soggettività in carne e ossa è concesso il diritto alla genitorialità tramite Gpa, criticando l’esclusione delle soggettività Lgbtq dall’accesso alle tecniche. Perché sulle scelte riproduttive delle donne e dei soggetti coinvolti nei cicli di Gpa dovrebbe infatti incombere l’ombra del bambino non nato, per giunta pregiudizialmente non ritenuto “figlio” dei genitori intenzionali?

Infine, anziché erigerci a paladini contro lo sfruttamento delle donne, parlando in loro vece e togliendo loro voce, dovremmo problematizzare il diritto all’autodeterminazione, allo scopo di non acuire lo sfruttamento con proibizionismi inefficaci, tentando di tutelare il delicato equilibrio tra libertà di scelta, accesso al reddito e diritto alla salute”.

E il tema della relazione materna?

Un altro passaggio fondamentale per me è non chiamarle madri. La maternità non è la gestazione. La GPA non è una pratica di surrogazione della maternità, ma della sola gravidanza, che è un processo molto più limitato nel tempo e non comprendente nessuna delle responsabilità sociali e/o educative e affettive che caratterizzano la maternità. Per questo l’espressione “gestazione per altri è molto più appropriata.

Un’altra cosa che nessuno dice, e che bisognerebbe cominciare anche a spiegare, è che in India è cambiata la legge. Sentiamo spesso dire che le indiane sono sfruttate dagli europei, in particolare che i gay occidentali ricorrono al selvaggio mercato indiano, ma in India non è mai stato possibile per i gay accedere alle tecniche. In più la situazione è cambiata perché dal 2016 in India è stato varato il Surrogacy Regulation Bill, che esclude dall’accesso alle tecniche chiunque non sia cittadino/a indiano/a. Possono accedervi solo coppie eterosessuali sposate da cinque anni con rito legittimo e la gestante deve avere il consenso del marito. Anche in Thailandia è cambiata la legge e anche lì non hanno accesso le coppie straniere e le coppie omosessuali.

Tante “battaglie femministe” per leggi che negano autodeterminazione a tutte/i! Siamo sicure che questo ci permetterà di salvaguardare la “relazione materna”, ammesso di concordare sul significato dell’espressione? Ci rendiamo conto che i neofondamentalisti cattolici si appellano da sempre alla “relazione materna” per confinarci nel ruolo di madri? Non cogliamo nella volontà di difendere questa relazione una riproposizione della dialettica tra natura e cultura?

L’appello Lesbiche contro la GPA, si spinge fino a invocare il “buon senso” dei legislatori, che secondo le firmatarie consiste nel riconoscere come unica madre “colei che ha partorito”. In questo stesso appello si mettono in primo piano i diritti del nato da GPA e la relazione materno-fetale, nonché la necessità di non separare il nato dalla madre durante l’allattamento al seno. Suppongo siamo tutte consapevoli del fatto che queste argomentazioni sono variamente diffuse tra i movimenti pro-life, come si evince dal comunicato stampa del Movimento per la Vita italiano, destinato a promuovere la nascita del comitato e la relativa campagna “Di mamma ce ne è una sola” (http://www.famigliacristiana.it/articolo/di-mamma-ce-n-e-una-sola-contro-l-utero-in-affitto.aspx), da cui si apprende che: “quella contro la pratica della maternità surrogata è una battaglia che riprende una frontiera che il Movimento segue da tempo – quella del diritto, da parte del figlio, alla vita ed a crescere con padre e madre naturali”.

Sia l’appello delle 50 Lesbiche sia la Carta per l’abolizione universale della maternità surrogata sia i pro-life denunciano poi che le gestanti sono per lo più rappresentate da donne molto indigenti, senza possibilità di scelta.

In biolavoro globale, le autrici spiegano che le gestanti indiane con questo tipo di lavoro sono uscite dalla miseria, si sono iscritte all’università e hanno fatto dei passaggi in avanti impossibili rimanendo sarte a cottimo nel villaggio di origine. L’unica critica che trovo fondata alla Gpa è quella alla divisione sessuale del lavoro. Perché la maggior parte delle donne nel mondo ancora riveste ruoli legati alla cura, alla riproduzione e alla sessualità? Perché non siamo tutte astronaute? Sposo questa critica, ma fino a un certo punto, perché se ho di fronte una donna che mi dice “ma io non voglio studiare trent’anni nella mia vita, non voglio diventare scienziata, fatti gli affari tuoi”, devo accettare il fatto che ci sono delle scelte diverse.

C’è anche un’altra critica che si può fare, ma bisogna fare attenzione a non ledere né le persone che hanno avuto gravi patologie (come il cancro) o altri casi delicati in cui le persone hanno disperso tutto il loro potenziale riproduttivo.

Una critica all’iper-produttivismo neoliberista che sottende la diffusione delle tecniche di fecondazione assistita è d’obbligo. Effettivamente ci potrebbe essere uno slittamento verso il cyborg-fare, cioè il rischio che queste tecnologie diventino monopolio dello Stato piuttosto che delle lobby biofarmaceutiche, siccome effettivamente non abbiamo più uno stato sociale né un’assistenza sanitaria pubblica efficiente, tutto è sempre più privatizzato.

Inoltre, c’è un procrastinarsi costante della scelta della genitorialità. Potrebbe essere che se femministe e movimenti sociali non saranno in grado di proporre un uso radicale e critico di queste nuove tecnologie della vita allora il rischio si realizzi. E gli esempi di Facebook e Google sono chiari, cioè il congelamento di ovociti per far progredire in carriera le proprie manager che così non diventano madri a 40 anni, ma lo diventano a 50 con il proprio ovocita congelato. È chiaro che ci sono dei dark side, quando si parla di scienza è sempre così (parlo di cyborg-fare e dei dark side nella mia prefazione a Biolavoro Globale).

L’unica cosa che possiamo fare è incrementare le occasioni di dibattito senza condannare a prescindere.

Lo stesso dilemma cui ci siamo trovate di fronte nel referendum sulla legge 40

Sì, e non ce ne tirerà fuori una legge proibitiva. Bisogna che capiamo che la genitorialità davvero non passa per canali biologici, solo così non c’è bisogno di ricorrere a un pezzo del nostro patrimonio genetico, o a pezzi di corpi di altre/i.

Si potrebbe adottare, fermo restando che nel nostro paese bisogna migliorare anche la legge sulle adozioni. Però bisogna fare degli scatti in avanti, intendo dei passi avanti concettuali e politici.

Bisogna smetterla di pensare narcisisticamente che quando ci riproduciamo in qualche modo stiamo lasciando qualcosa di noi nel mondo, le tecniche di fecondazione assistita nutrono questa illusione. Io sono stata perplessa per anni perché la mia prima posizione era di condanna delle tecniche, quando avevo 19 anni pensavo che questa fosse solo espropriazione, però poi più studi, più parli con le persone che sono ricorse alle tecniche e più ti rendi conto che ci sono dei meccanismi molto delicati, in ballo ci sono affetti e desideri delle soggettività, e quindi no, la condanna non è la soluzione.

Quindi, riepilogando…

Quindi la prima cosa che vorrei è una regolamentazione (leggera e rimodulabile) affinché sia riconosciuto come lavoro il contributo delle fornitrici e dei fornitori dei materiali biologici necessari al buon esito delle tecniche di fecondazione assistita.

La seconda è un fermo no al divieto perché tutti i proibizionismi hanno effetti collaterali più gravi del fenomeno che dovrebbero eliminare.

La terza, ciò che direi a me stessa qualora mi venisse la bizzarra idea di riprodurmi, è che ci servono solo affetto e passione per diventare genitori, non la biologia (né le biotecnologie).

In Italia quindi bisogna cambiare le leggi.

Sì, per esempio farci adottare anche da single. Io se vorrò figl* vorrò adottare, sono sicura. Semmai vorrò figl*, per ora vediamo se riesco a far sopravvivere il basilico!

Per te quindi la soluzione è la legalizzazione, quindi non il modello americano della liberalizzazione.

Non il modello americano perché lì sei nel mercato della salute in generale, lì è privatizzazione spinta da sempre, lì l’accesso alle tecniche è regolato dalla sola classe di appartenenza, vale a dire che chi ha redditi elevati può permettersele, chi ne ha di bassi no.

Tutte le coppie non fertili e le/i single devono poter accedere alle tecniche. Questo dovrebbe essere un altro lato della regolamentazione, cioè nessun divieto per chi non è eterosessuale, nessuna discriminazione di classe, razza, orientamento sessuale.

Poi suggerisco di abbandonare il modello oblativo, quello che obbliga alla gratuità nella donazione dei gameti, che è quello che al momento abbiamo in Italia. L’obbligo alla gratuità in Italia cozza con il contesto europeo, come dimostra l’analisi di Waldby e Cooper, perché se hai paesi dove tutto è possibile a costi relativamente contenuti (vedi la Spagna e la Grecia), a che cosa serve il tuo divieto, se non ad alimentare quello che in molte/i chiamano “turismo della fertilità”?

In tutto il contesto europeo deve essere possibile vendere i gameti e in tutto il contesto europeo le donne e gli uomini devono essere pagate/i allo stesso modo. Non ci può essere la dissimmetria che ricalca le vecchie mappe dell’impero, come dicono Cooper e Waldby. In realtà in Europa le differenze nei compensi seguono le differenze nei rapporti economici.

Quindi sarebbe anche molto interessante come grimaldello di rivendicazione radicale di reddito di autodeterminazione su base transnazionale (su questo consiglio di leggere l’intervista rilasciata al Manifesto da Cooper e Waldby https://ilmanifesto.it/la-ricca-fertilita-del-capitale-umano/).

Non deve essere inquadrato come un dono perché è chiaro che non lo è. Come ci ricorda Nicola Carone: “l’offerta di un pagamento per la gestazione non esclude la scelta informata né la sua assenza la assicura” (In origine è il dono, Il Saggiatore, 2017, p. 86).

Esiste già un modello operativo in Europa o nel mondo che indicheresti come buon esempio?

La direttiva della Comunità europea dice tutto e niente, cioè da un lato vieta la compravendita di tessuti e di cellule riproduttive, dall’altro ammette l’indennità.

Non c’è quindi un unico modello in Europa, a causa delle diverse interpretazioni degli Stati membri della Direttiva 2004/23/EC. Di questo parlo nel saggio Le conseguenze dell’amore ai tempi del biocapitalismo (in Il genere tra neoliberismo e neofondamentalismo, a cura di F. Zappino, Ombrecorte 2016). I modelli sono diversi da paese a paese, in base alla cultura politico-economica e religiosa dominante.

Il modello spagnolo sembra funzionare. Molto utile guardare il documentario Future baby (https://www.internazionale.it/festival/documentari/2016/10/01/future-baby) in cui le venditrici di ovociti paiono serene, intervistate dicono “lo faccio per lavoro perché mi servono i soldi”, oppure “lo faccio perché mi piace contribuire alla formazione di un’altra famiglia, mi danno un compenso medio ma lo farei lo stesso”. È un modello molto semplice quello spagnolo. La coppia può scegliere se vuole la venditrice di gameti anonima o non anonima e la venditrice può dirti se vuole rimanere anonima o non anonima, nel caso rimanga anonima le informazioni sulla salute le devi avere sempre, chiaramente. Inoltre, in Spagna ci sono protocolli rigidi, il numero di volte in cui puoi sottoporti al prelievo di ovociti è limitato a tutela della salute, non è che puoi farlo per tre anni consecutivi una volta al mese. Dopo un po’ non puoi più andare a vendere gameti.

In Romania e in Grecia non è così. Per questo occorre una regolamentazione internazionale, non ci possiamo basare su una direttiva europea così generale che riguarda tutti i tessuti e le cellule del corpo. Ci vuole una regolamentazione specifica per chi vende gameti destinati alla fecondazione assistita. Ci possono essere anche altre pratiche, come la egg sharing, in cui si fa lo scambio di gameti tra coppie che hanno intrapreso cicli di fecondazione assistita. Se io ho prodotto cinque ovuli e avevo gli spermatozoi e invece tu hai un sacco di spermatozoi ma niente ovuli, facciamo cambio. Questo si fa tantissimo in Inghilterra e nei Paesi Bassi.

Il diffondersi delle tecniche di fecondazione assistita, inclusa la Gpa, può spingere verso nuove forme di famiglia?

Perché questo sia possibile occorre incentivare la diffusione di banche del seme e cliniche della fertilità che permettano l’accesso alle tecniche alle soggettività Lgbqt, sulla base dei principi etici della trasparenza, della co-responsabilità e della libera scelta di gestanti e fornitrici/ori di contribuire alla nascita di un bambino/a anche in cambio di un compenso, nel rivedere la tradizionale interpretazione di genitorialità fondata su sole basi biologiche, lavorando affinché sia culturalmente e non solo legalmente ammissibile il riconoscimento della genitorialità sociale.

Poi dovremmo cominciare a ipotizzare anche altre tecniche. I gameti che noi utilizziamo nelle attuali tecnologie di fecondazione assistita sono sempre quelli là, parliamo sempre degli spermatozoi e dell’ovulo, la biologia con cui abbiamo a che fare è intrisa di eterosessualità. E purtroppo, continuiamo a essere affascinati dall’idea che un pezzo di noi venga trasmesso proprio grazie alla fusione di quei due gameti.

Possiamo uscire dal circolo vizioso solo se accompagniamo gli sviluppi della ricerca scientifica con un costante lavoro culturale, sugli immaginari. Immagina un mondo in cui un figlio lo fai con una cellula che viene da un ginocchio.

Oggi la ricerca è in grado di prelevare una cellula staminale multipotente dal ginocchio, ri-programmarla e trasformarla in uno spermatozoo. Non se ne parla molto. Ma immagina le applicazioni di una tale tecnica. Immagina che una donna possa, dopo aver riprogrammato alcune sue cellule provenienti dal ginocchio, fecondare un suo stesso ovulo… questa sinceramente è una rivoluzione.

La scienza, se siamo disposte a rischiare, può davvero farci superare i limiti della famiglia eterosessuale, ma al momento quella che abbiamo è ancora troppo patriarcale, eterodiretta, discriminante. Quando Edwards e Steptoe nel 1978 hanno fatto nascere Louis Brown non avevano in mente quello che le generazioni future avrebbero potuto fare, quindi dobbiamo osare noi, dobbiamo noi immaginare altre tecniche di fecondazione assistita ma anche nuovi modi di stare insieme, di crescere insieme ad altri esseri umani. Come diceva la Firestone, si legga La dialettica dei sessi, una soluzione femminista potrebbe essere l’ectogenesi. Immagini uno scenario in cui la gravidanza avviene fuori dai nostri corpi?

Di questa possibilità scrive Marge Pierce nel romanzo Sul filo del tempo, versione narrativa fantascientifica delle tesi sviluppate da Firestone ne La dialettica dei sessi. Come ho scritto in un saggio in via di pubblicazione per la rivista Politeia (In bilico tra mercificazione del biologico e autodeterminazione delle donne: oltre il divieto di surrogacy), qui Piercy descrive un mondo in cui non spetta più alle “biologicamente assegnate donne” l’onere del condurre e portare a termine una gravidanza. Nel 1976 Piercy immagina che gli embrioni e il materiale genetico vengano conservati in un “covatoio”, un luogo simile a un acquario, e che le gravidanze siano portate a termine da placente artificiali:

È uno degli effetti della lunga rivoluzione femminile. Quando abbiamo sovvertito tutti i vecchi ordinamenti. Alla fine non era rimasta che quella unica cosa da abbandonare, il solo potere che noi avessimo mai avuto, in cambio di nessun potere per nessuno. […] Così siamo diventati tutti quanti madri. Ogni bambino ne ha tre. Per spezzare la famiglia tradizionale (p. 119).

Nel mondo di Piercy gli uomini allattano come le donne e tutte/i si prendono cura insieme di bambine/i e anziane/i. A chi obietta che l’ectogenesi disumanizza la genitorialità, Piercy risponde: “tu pensi che siccome non li portiamo nel ventre non possiamo amare veramente i nostri figli. Eppure li amiamo, con tutto il cuore” (p. 150).

Milano, Luglio 2017. Intervista rivista dall’autrice in settembre 2017.

Utero in affitto o gravidanza per altri? Voci a confronto, da poco in libreria per Franco Angeli, si propone di rendere accessibile la discussione sulla gestazione per altri (GPA) ad ambienti diversi da quelli che già la frequentano, attraverso gli interventi sintetici di persone che ne hanno scritto o che hanno competenze nei campi che la questione coinvolge, compreso quello politico e di movimento.

Il libro è curato da Lidia Cirillo, e raccoglie scritti di Nicola Carone, Alessandra Chiricosta, Eleonora Cirant, Laura Corradi, Carlotta Cossutta, Serena Fiorletta, Manuela Fraire, Silvia Guerini, Luisa Muraro, Marina Terragni.

Indice e sinossi del libro sul sito di Franco Angeli

La sfida di una via femminista alla Gestazione per altri (Gpa) vede il femminismo più diviso che mai. Nel mio articolo (Ora che l’utero è mio, come lo gestisco?) ho esaminato argomenti e geografia del paesaggio antiproibizionista e favorevole ad una regolamentazione della Gestazione per altri, un paesaggio in cui il confine fra il ‘no’ e il ‘sì’ non procede in linea netta, ma somiglia piuttosto a un delta fluviale: una linea di confine sfumata, dove il rifiuto e l’accettazione si compenetrano e si confondono nella ricerca di come garantire il diritto all’autodeterminazione senza alimentare il mostro capitalista che divora la vita mercificandola.

 

 

Autore:

@Ele_Cirant - giornalista pubblicista, bibliotecaria, web content editor, video-maker. Argomenti: diritto alla salute e salute riproduttiva, contrasto alla violenza di genere, studi di genere, cittadinanza attiva

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