Pubblicato in: Il corpo racconta

Un modo sano di morire

E’ sabato pomeriggio e vado trovare mia nonna in casa di riposo. In corridoio c’è un vago odore di cacca e borotalco ma molto leggero, accarezza appena l’interno delle narici e si deposita sul fondo della gola, con discrezione, nel giro di pochi minuti già non lo senti più.

Mia nonna non la vedo da prima di natale e ho paura di come la troverò. Conosciamo la prognosi, e non è incerta. Non c’è nella saletta dove altre vecchiette lasciano scorrere il tempo. E’ in stanza, sì, era stanca, voleva riposarsi – le infermiere mi informano, indaffarate e premurose.
Raggiungo la porta “Assunta” a disegni colorati sulla porta.

La tapparella è abbassata, mi avvicino al letto dove sta rannicchiata sotto le coperte. Dorme e posso guardarla. Che spavento! Mia nonna sta implodendo, si sta prosciugando come una prugna secca. Vengono all’occhio le ossa, coperte di pelle come carta velina bagnata. E’ svegliata dal mio sguardo, apre gli occhi, mi riconosce, mi saluta, poi li richiude. Le accarezzo la testa come a una bimba piccola. La sua fragilità mi colma di tenerezza. Si addormenta un poco poi mi chiede, come da un mondo di sogni, “come stai, tutto bene a casa?”. E poi “come va il lavoro?”. Mia nonna sempre mi chiede “come va il lavoro”.

Bene nonna, tutto bene. Mi viene da piangere, piango. Lei si accorge, si turba un poco, apre un pelo gli occhi, mi chiede cosa c’è. Le dico … cosa le dico? Non so.

Le dico “mi dispiace vederti così. Ti voglio bene nonna” e lei sorride, sempre a occhi chiusi, sorride un poco e dice “lo so”, le fa ridere, chissà, questa cosa. Prima che tu muoia, devi saperlo. Glielo dico proprio così, o magari non proprio così. Vorrei parlarne un poco con lei, di questa faccenda del morire, mentre c’è ancora vita. Però lei a questo non risponde, sembra di nuovo addormentarsi. Spero che non mi abbia sentito.

Poi infine decide di svegliarsi. Deve fare uno sforzo grande per aprire gli occhi e portarsi presente qui con me nella stanza. Di fronte a tanta fatica mi riprendo, mi asciugo gli occhi, mi soffio il naso. Riempio i polmoni di aria, apro il petto, raddrizzo la schiena, apro la gola, pulisco la voce. “Scusami nonna”, dico “non volevo intristirti”. Qualche mese fa mi aveva aveva ripetuto una frase tipica sua. “Eleonora stai tranquilla perché nella vita tutto si sistema”. Sarà il caso di ricordarmene più spesso. Smetterla di piangere ora, ad esempio.

“Come stai?” “Non ho più voglia di mangiare, non ho più voglia di niente”, mi dice. Non è un lamento, è una constatazione con appena una sfumatura di dispetto. La lingua le si impiglia nei denti, nelle labbra, il palato è appiccicoso.

“Posso alzare la tapparella? Sai che c’è il sole fuori?” E così è. Srotoliamo il cielo davanti a lei. Da qui se ne vede un sacco perché siamo all’ultimo piano. Guardiamo fuori, oltre il quadro, una distesa quieta di tetti e lo stacco del cielo. Oggi Milano è un gioiello di aria tersa. Nel vaso sul balcone è cresciuta una pianta selvaggia di insalata matta. “Deve averla portata il vento, magari un seme nella cacca di qualche uccellino”, dice. Andavamo a raccogliere l’insalata matta nei prati di campagna per cucinarla bollita e amara, a volte, quando ero piccola. Il tarassaco.

E poi cominciamo a parlare, lei a fatica, ma piano piano affiorano le parole. Ricordi di quando era bambina, come già l’altra volta, prima di natale. Alcuni tornano con insistenza. Il freddo, i geloni sulle ginocchia, il letto scaldato coi carboni della stufa, la fame che rode lo stomaco, gli ossi di pollo rosicchiati, i conigli (lei era l’addetta all’ammazzamento del coniglio, quando abitavano ancora alla Cascina Rosa, appena venuti a Milano dal Veneto), la pelliccia di coniglio con cui la bisnonna cuciva le sciarpine da mettere attorno al collo di figli e figlie. “Ci metteva un bottone qui davanti che faceva TAC” e fa il gesto con le dita. Riviviamo insieme lo scatto secco del bottone contro la carotide, il pelo morbido del coniglio attorno al collo. In cascina, a Milano, tra il ‘42 e il ‘46 del secolo scorso, circa. Freddo e nebbia d’inverno, erba d’estate, e la libertà spietata dei bambini poveri. “Crescevamo come i polli, allora”. Come i polli in cascina.

Tra i ricordi che già ho ascoltato ne affiorano nuovi, che vanno ad arricchire il ritratto dei miei bisnonni. “Ti picchiavano, da bambina?”, chiedo. Risponde decisa di no, come se avessi detto una bestemmia. “Mia mamma diceva – c’è già tanta miseria, le botte non servono”. Forte, questa mia ava. Sapeva scrivere? Certo. Fece parte della prima generazione ad avere accesso alla scuola pubblica, la mia bisnonna. Mi sento orgogliosa e grata perché grazie alla scuola pubblica la scrittura è rotolata fino a me, ed io sono così ricca ora, tutto il mondo posso avere, grazie alla lettura. Sono grata e decisa a difendere questo tesoro per le generazioni future, così risolutamente commossa che sto per ricominciare a piangere – la vena tragica rischia di prendere il sopravvento di nuovo. Stoppo il flusso, perché mia nonna Assunta parla della bisnonna Elisabetta e tanta fatica non va sprecata. Era molto intelligente, dice. E il bisnonno, che faceva il falegname ma non era capace a farsi pagare il dovuto e così “noi rimanevamo a pancia vuota”. Questo lo racconta sempre, ma solo oggi vengo a sapere che la portava in giro per chiese, non perché fosse religioso. “Mi portava in giro per le chiese e mi faceva vedere l’arte”. Mia nonna ha fatto la quinta elementare, ma si è sempre circondata di libri e in particolare libri sulla storia di Milano.

Mia nonna vecchia, le mie radici. Fame, miseria, freddo, conigli scuoiati, geloni alle ginocchia. Ma poi anche Milano, tram, cascine, industrie, chiese, opere d’arte. Vie brulicanti, negozi, anche quello dove mia nonna trova lavoro, ha uno stipendio e con ciò fa fuori con inconsueta durezza un marito non amato – non è che lo uccida proprio, è che lo cancella dalla propria vita, “delete”, tasto “canc” – per mia madre sarà durissima, ma questa è un’altra storia. Il Duce, il panettone a Natale, le marce in divisa, la sorvegliante che ogni mattina controlla che i bambini siano lavati, pure se con l’acqua gelida del pozzo in corte. Ma anche la scuola, le biciclette, il cinematografo, i pittori di cui da ragazza faceva la modella e da cui ha imparato qualche tecnica.

Il racconto esce piano, con pazienza, i ricordi sono nitidi, puliti. Quadri ad olio. Sono le sei quando viene l’assistente a portare un poco di pastina in brodo. La mano regge il cucchiaio a malapena, trema, la aiuto nel breve tragitto dal piatto alla bocca. Ne mangia tre cucchiai, poi è disgustata, basta. Non scende niente giù. Qualche chicco di mandarino, solo perché insisto, un gianduiotto, quello volentieri. Che beffa, fame da bambina e adesso il corpo che rifiuta il cibo … Viene una assistente bella come un fiore. E’ giovane, florida, fascia tra i capelli e orecchini colorati che spiccano sulla pelle nera. Sgrida dolcemente la nonna: “Assunta, se non mangi dovremo metterti un sondino nel naso!”. E lei “eh, cosa vuoi che sia! Dai fai la brava che io non vi do nessun fastidio”. Rido! Eh beh ha ragione la nonna. In corridoio c’è una “sciura” fuori di testa che da mezz’ora chiama “signoraaaaa”, una lagna senza tregua da mobilitarti i nervi. Commento di quanto siano brave e pazienti queste donne che lavorano qui, che deve essere mica facile. “Se non si guadagnano loro un pezzetto di paradiso, non se lo guadagna nessuno”, dice.

Parliamo ancora, son discorsi brevi come post. La nonna blogger. Devo staccare dal muro il calendario di Padre Pio del 2007, installato sulla parete di fronte proprio davanti a lei. Non lo regge Padre Pio perché “diceva che aveva le stimmate ma non è vero”. Ogni volta che si accorge della faccia di padre Pio sono improperi contro i preti e la chiesa, “che rubano e rincretiniscono la gente”. Mia nonna è sempre stata contro il clero, più che altro contro l’ipocrisia: “predicano bene e razzolano male”. Mentre tratta con affetto e rispetto la suora che viene qui in ospizio. Alla fine il calendario non so dove imboscarlo: “nonna, non so dove metterlo”. “Ma sì, lascialo lì”, dice. Rimetto Padre Pio al suo posto, di fianco a un mazzo di rose finte “però ben fatte”, dice. Potremmo portare un quadro più bello da appendere, penso. Un po’ di bellezza, qui.

Fa buio, è ora di andare. La aiuto a cercare i canali sul televisore digitale. Ne approfitto per vedere i titoli del Tg3 e la informo che da oggi abbiamo un nuovo governo. “Ah sì?”, mediamente interessata. “E chi è il capo?” “Renzi, uno che ha la mia età”. “E Berlusconi?” La informo anche di Berlusconi, “io quello non lo sopporto, non lo reggo” è il suo editoriale. Ci tiene a puntualizzare: “guarda che questo televisore è mio, quando non ci sarò più prendetelo voi, non lasciatelo qui”. Sì nonna. Metto la giacca, lei osserva con piacere che deve essere calda. “Copriti bene”, dice. “Chiudi bene la borsa”. Si informa sui mezzi che devo prendere. “Beh meno male, la metrò e veloce”. Mi sorride, le labbra si tendono sopra le gengive. Gli occhi che sorridono sono inequivocabilmente i suoi ma con qualcosa di nuovo o forse di riscoperto. Mia nonna non è mai stata tenera, né dolce, né materna. E’ stata energica, forte, risoluta, ottimista, pratica – tra le sue qualità positive. C’era da accettare la vita, ha accettato, c’era da combattere per rimanere viva, ha combattuto. Ora c’è da accettare la morte e non c’è da combattere per nulla. Non è un problema più di altri. Mia nonna mi ha tolto un peso. Sono entrata nell’ospizio col groppo in gola, esco col sorriso.

La vita sta scivolando via, fuori dal suo corpo, ma con discrezione, con leggerezza, poco a poco. Non soffre, non ha dolori (gliel’ho chiesto). E’ accudita, amata, al calduccio. Non ha più voglia di niente, tutto qui. Mi sembra un modo sano di morire.

Image: 'Bird Silhouette' 
www.flickr.com/photos/12414559@N02/5320827669
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Autore:

@Ele_Cirant - giornalista pubblicista, bibliotecaria, web content editor, video-maker. Argomenti: diritto alla salute e salute riproduttiva, contrasto alla violenza di genere, studi di genere, cittadinanza attiva

10 pensieri riguardo “Un modo sano di morire

  1. Ele molto “vero” quello che hai scritto .. Io vedo spesso situazioni come questa quando vado al volontariato.. Talvolta ci sono persone che affrontano la morte con tale dignita da farla apparire quasi bella

    Date: Wed, 26 Feb 2014 00:04:42 +0000 To: fmbarozzi@live.it

  2. Mi piace la tua nonna. Dice che c’è un momento in cui pare non solo normale, ma quasi buona cosa il morire. Se hai una vita alle spalle, se l’hai vissuta e hai anche potuto raccontarla. Anche la minaccia del sondino scivola via, insegnandoci altre forme di resistenza alla stupidità.

  3. Grazie Eleonora per questa “vostra” bella umanissima testimonianza.
    Grazie per aver condiviso un pezzetto della persona e della vita di tua nonna con tutti noi.
    Grazie per le parole, il tono, l’amore con cui lo hai fatto.

  4. La morte è il tabú della società moderna e tu, come al solito, con coraggio ricami arte su parole di verità e di vita. Bello, forte, dritto e crudo. Grazie amica mia, è davvero un pezzo splendido del tuo cuore e della tua vita, un’ispirazione su nuovi occhi con cui guardarmi attorno

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