Pubblicato in: femminismo

Cos’è Non una di meno?

Che cos’è Non una di meno?

Un movimento politico

Come è organizzato?

E’ una rete composta da nodi. Ogni assemblea cittadina costituisce un nodo della rete. Le assemblee cittadine sono composte da associazioni, collettivi, e singole persone

Come si fa a partecipare alle decisioni?

Andando alle assemblee e argomentando il proprio punto di vista

Ma io ho una certa timidezza…

E’ come un allenamento: più lo fai più ti viene voglia di farlo

Come si prendono le decisioni?

Discutendo

Ci sono elezioni?

No

Chissà quanto si litiga!

A volte ci sono discussioni, a volte si piange, a volte si ride. La vita, insomma.

Chi può partecipare?

Chiunque voglia contrastare la violenza maschile contro le donne e tutte le forme di violenza di genere

Anche gli uomini possono venire alle assemblee?

Sì, ma di solito non ci vengono (purtroppo o per fortuna? Vedi tu!)

Io voglio contrastare la violenza sulle donne per questo credo che debbano essere protette: ad esempio non uscire in minigonna oppure non andare in giro da sole la notte

La libertà è di tutte, o non è!

Che cosa significa “Non una di meno”?

Vuol dire “Una di più viva”. Il movimento nasce da “Ni una menos”, il grido delle donne argentine che sono scese in piazza per interrompere una lunga sequenza di femminicidi, cioè di uccisioni dovute al fatto di appartenere al genere femminile. E’ un movimento internazionale

Ma in Italia che problema c’è? Qui siamo gente civile!

In Italia donna su tre ha subito qualche forma di violenza nella sua vita, una donna ogni tre giorni viene uccisa da uomini a lei familiari.

Basta fare leggi ed avere la certezza della pena!

Non una di meno vede la violenza maschile sulle donne come problema strutturale della nostra società

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Strutturale vuol dire che ha a che fare con abitudini così antiche che non le vediamo neanche più.

Che abitudini? 

Per millenni la donna in Occidente è stata considerata un essere umano di serie B, anzi meno di un essere umano. Una specie diversa di animale, insomma (mica male in fondo, visto che gli esseri umani, con tutta la sua intelligenza, stanno distruggendo l’ecosistema!)

La donna un essere umano di serie B, ma che esagerazione!

Da noi ci hanno pensato i greci, i cosiddetti “fondatori della civiltà occidentale”, a escludere le donne dalla “polis” (cioè dallo spazio pubblico). Hai presente Platone e Aristotele, i grandi filosofi? Loro consideravano le donne solo per la capacità di produrre figli, dare piacere sessuale agli uomini e fare i lavori domestici: prive di anima, inabili alla politica, ignoranti per natura, irresponsabili. Questa faccenda si è trascinata fino ai giorni nostri, tanto che in Italia l’autorizzazione maritale è stata abolita neanche un secolo fa e il diritto di voto è stato conquistato dopo…

Oddio la lezione di storia no! E che cosa sarebbe l’autorizzazione maritale?

Un istituto giuridico per cui le donne erano sottoposte alla tutela giuridica del marito, del padre o del fratello per qualsiasi cosa. In Italia è stata abolita solo nel 1919.

Ma era un secolo fa, oggi le cose sono cambiate! 

Sono molto cambiate, e non solo per fortuna, ma perché ci sono stati movimenti politici di emancipazione e di liberazione come il femminismo. E anche perché  abbiamo ottenuto, con le lotte, una certa autonomia economica e una certa giustizia sociale. Ma le stiamo perdendo entrambe, grazie al neoliberismo.

Ehi, frena un attimo. Emancipazione, liberazione? Ma non è la stessa cosa?

Emanciparsi vuol dire rompere la gabbia esteriore, cioè avere diritti. Il sistema giuridico è stato per secoli una gabbia d’acciaio per le donne, perché la legge codificava la loro esclusione e il dominio dei maschi sulle femmine. Cioè era proprio scritto nero su bianco! E se trasgredivi erano, tecnicamente parlando, “cazzi amari”.

Emanciparsi dal bisogno è il primo passo per liberarsi da un’oppressione. Ecco perché il neoliberismo ci sta facendo tornare indietro di almeno due secoli: perché ci priva di autonomia economica e giustizia sociale.

E la liberazione?

Quella riguarda le gabbie mentali. Sono gabbie dorate perché ci fanno sentire bene, ci danno qualcosa in cambio: sicurezza, per esempio. Ci aiutano a trovare il senso in ciò che facciamo. Ci danno un ruolo, un posto nel mondo. Tutti e tutte abbiamo bisogno di sentirci riconosciute, amate. Le gabbie dorate fanno questo per noi. Liberarsi è un lavoro quotidiano, infinito direi! Perché una legge la puoi cambiare ed è scritta lì, ma per liberarti devi cambiare il modo stesso di pensare, raccontare e guardare il mondo.

Mi stai diventando astratta!

Molto concreta, invece. Stiamo parlando delle parole che usiamo, di come ci relazioniamo l’una all’altra, di come viviamo il nostro corpo, e di come il nostro corpo sta nello spazio pubblico, del modi in cui facciamo l’amore, dei sentimenti: questi e tanti altri sono gli ambiti della liberazione.

Sempre più astratta…

Rosa Parks era una donna nera in un mondo dominato dai bianchi (Alabama, USA). Un giorno, sull’autobus, si rifiutò di cedere il posto ad un bianco, innescando una rivolta collettiva. Ha fatto qualcosa con il suo corpo, ma prima ha dovuto farlo nella propria mente. Non ti sembra qualcosa di molto concreto?

Che cosa c’entra con il nostro discorso?

La prima volta che ho respinto una molestia sessuale da parte di un uomo mi sono sentita come Rosa Parks. Nella mia mente, prima, le molestie erano qualcosa che “capitava”, come la pioggia o la varicella. A un certo punto sono diventate qualcosa cui potevo dire di no. Ma questo è solo un esempio.

E cosa hai fatto quella volta?

Lavoravo come barista e, all’ennesima molestia da parte di uno dei clienti, gli ho rovesciato la bottiglia di birra in testa.

Fantastico! E come ha reagito?

Ci è rimasto male, ma gli altri hanno riso! Mi sono guadagnata il rispetto suo e degli altri clienti, in fondo bastava poco, bastava dire: NO. A volte è semplice, come in questo caso. Eppure anche in questo caso, io da sola non ci ero arrivata, che si poteva fare.

E come hai fatto ad arrivarci?

Qualcuno mi ha fatto vedere che era possibile.

Vuoi dire che nessuna si salva da sola?

Esatto! A volte dire NO è difficile e rischioso, come nei casi di violenza domestica che dura anni, con maltrattamenti fisici, verbali e psicologici. Se provi a reagire o ad andartene quello ti ammazza, perché ti considera un oggetto di sua proprietà. Qui c’è doppia fatica: prima devi liberarti della gabbia dorata che sta nella tua mente e che ti impedisce di dire no a certe cose e sì ad altre… è difficile da capire, ma dire di sì a volte non sai proprio come farlo, perché ti fa paura, perché non ti senti più tu. “Il personale è politico”!

Che cosa vuol dire che “il personale è politico”?

Che la politica si fa a partire dal modo in cui ti relazioni alle altre persone. Costruire buone relazioni è tanto politico (e tanto difficile) quanto costruire giustizia sociale: liberazione, emancipazione: due passi, un’unica danza.

Volemose bbene, insomma!

Mica tanto… l’altro con cui sto in relazione mi offre delle possibilità, ma allo stesso tempo mi pone limiti e ostacoli. Si tratta di saper stare in conflitto senza distruggerlo e senza andarmene. Oppure di imparare a difendermi o come fare ad andarmene quando l’intenzione dell’altro è distruggermi.

Non una di meno? 

Esatto! Dare vita a un movimento significa anche mettere insieme tanti punti di vista diversi sul mondo, provare a stare insieme nel conflitto, per raggiungere gli obiettivi e riscrivere le regole comuni: la politica, insomma.

Che cosa vuole ottenere questo movimento,  in fin dei conti?

Cambiare le abitudini della gente in materia di rapporto uomo-donna, liberare le menti dalle gabbie dorate dei ruoli di genere per divenire tutte e tutti più umani. Dal punto di vista delle gabbie materiali, far sì che le leggi favoriscano anziché opprimere l’autodeterminazione delle persone, liberandole dal bisogno economico attraverso la creazione di giustizia sociale e redistribuzione della ricchezza. Queste cose si ottengono anche attraverso politiche istituzionali che diano ai servizi un orientamento preciso: parliamo di scuola e settore socio-sanitario.

E’ un programma ampio, che questo movimento a provato a scrivere nel “Piano”

Quale piano?

Pubblicato in: Diritti riproduttivi

Ora che l’utero è mio, come lo gestisco?

Intervento al convegno internazionale Libertà delle donne nel XXI secolo, Roma, 20-21-22 ottobre 2017 – Terza sessione “Scienza e tecnologia non sono neutre. Onnipotenza o coscienza del limite?”.

Obiettivo del mio intervento è fornire una panoramica sulle posizioni antiproibizioniste femministe in materia di Gestazione per altri.

Gli elementi che propongo qui in forma sintetica derivano da una mini inchiesta basata su interviste ad attiviste e lettura di blog in Italia, realizzata per un saggio in volume collettivo a cura di Lidia Cirillo, Utero in affitto o gestazione per altri? Voci a confronto sulla gestazione per altri (in uscita con Franco Angeli a novembre 2017).

L’obiettivo dell’inchiesta è stato di fornire un quadro degli argomenti politici ed etici di quella parte di movimento femminista contraria alla proibizione e favorevole ad una regolamentazione della pratica della Gestazione per altri. Argomenti che dimostrano l’inadeguatezza di un approccio polarizzato sì/no.

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Pubblicato in: femminismo

LOTTO marzo. Gli 8 punti dello sciopero per marciare insieme. Con chi li condivide

Le donne sono soggetti politici, ma lo sono a partire da presupposti diversi, a volte antagonisti e a volte convergenti. Per questo non mi è chiaro a chi siano rivolte le domande di Barbara Stefanelli, che nel suo editoriale del 2 marzo su la 27maora chiede alle donne se sapranno continuare a marciare insieme per i propri diritti dopo le manifestazioni che si sono svolte in tutto il mondo. (Qui le molte voci raccolte intorno alle domande di Stefanelli).

 

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Storie a passo d’uomo

C’è una singolare miscela di ingredienti in questo libro. I racconti di «Storie a passo d’uomo» ti gettano in un lieve spaesamento. C’è tanta ironia, che vela e svela gli acciacchi di un’umanità dolente senza moralismo, spianando il sorriso. La bellezza si accompagna all’inquietudine e il personale al politico. C’è la morte, nella sua imprevedibile e scomposta danza con la vita.

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Pubblicato in: Diritti riproduttivi

Lorenzin e la prestidigitazione

Beatrice Lorenzin, ministra della Salute sotto il governo Renzi, ce la ricorderemo come quella che sul tema dell’aborto e dell’obiezione di coscienza ha fatto il gioco delle tre carte. Abbiamo visto con i nostri occhi donne in fila in un corridoio d’ospedale alle sei del mattino per accaparrarsi un posto prima che fosse troppo tardi per abortire. Abbiamo ascoltato con le nostre orecchie certe amare testimonianze di ginecologi e ginecologhe messi all’angolo per avere scelto di curare. Abbiamo trascritto i racconti di medici che hanno curato donne arrivate in ospedale con l’emorraggia per un aborto fatto in casa con farmaci acquistati illegalmente in internet. Abbiamo registrato la voce di quelle che sono state maltrattate e violate nella propria dignità per avere chiesto di interrompere la gravidanza dopo i 90 giorni.

E la ministra pretende di fare scomparire tutto questo con due o tre rapide mosse di prestidigitazione. Fino a quando, e negli interessi di chi?

Articolo intero su http://www.consumieconsumi.com/la-ministra-lorenzin-e-la-prestidigitazione-dei-dati-sullobiezione-di-coscienza/

Crediti immagine: http://www.deviantart.com/art/Playing-Cards-208422264

Pubblicato in: Diritti riproduttivi

Surrogacy. Nessun veto in nome della libertà

Quando mi è stato chiesto di scrivere per Leggendaria di maternità surrogata mi sono sentita felice e in ansia al tempo stesso. Felice, perché da tanti anni rifletto da sola e in compagnia sul nodo maternità/tecnica/femminismo. Ansiosa, perché navigare in queste acque è uno sport estremo. Sono acque insidiose, ad ogni onda c’è il rischio di annegare nel pregiudizio e nell’ideologia. Con marosi di questo genere è più che giustificata la tentazione di chiudersi dietro all’oblò delle proprie certezze per paura di soccombere alla veemenza delle contraddizioni e di una realtà inevitabile.

Serve dunque un timone da impugnare con entrambe le mani. Serve una mappa. Servono nervi saldi e conoscenza.

Nella mano sinistra tengo quel che so della tecnica. Nella mano destra tengo quel che so del potere. La mappa è quel che so della maternità surrogata (‘surrogacy’, in inglese, ‘maternità per altri’ nel politicamente corretto, ‘utero in affitto’ nel linguaggio mediatico). I nervi saldi ci vogliono per non infuriarmi quando leggo che Snoq-libere chiede di “mettere al bando” la maternità surrogata: ogni volta che qualcuno pretende di porre veti in nome della libertà mi sale il fumo agli occhi e rischio di non vederci più.

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Pubblicato in: Il corpo racconta

Quel matrimonio, che emozione, che vergogna!

#svegliaitalia. Prima di scendere in piazza la mia amica Emma Baeri ci ha inoltrato, sottoscrivendolo, questo articolo di Alessandro Gilioli che afferma: “se si scende in piazza per parlare di famiglia, è un brutto segno”. Sospiro e annuisco. Scrive più avanti: “la famiglia sta ai bisogni sociali come il pane sta a quelli alimentari”. Mhh, ok. “Punto a un giorno in cui nessuno scenda in piazza per nessuna famiglia: perché ciascuno avrà la sua, come gli pare” Sospiro di nuovo. Pure io.

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